Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

AEnim
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da AEnim »

Trovo che la sottile differenza fra voi due sia dell'ordine di 1 millemillesimo dello spessore di un capello.
Tutto si gioca sull'interpretazione del termine λαμβάνω + il contesto dell'autore, cioè su chi abbia scritto.
Nonchè anche sul ruolo che si dà a ταύτην τὴν ἐντολὴν ἔλαβον παρὰ τοῦ πατρός μου “Questo comando ho ricevuto dal Padre mio.” Che a me ha suonato come, ho detto uno strafalcione e subito dopo metto un paletto, o addirittura ci metto una pezza, tanto per mantenere l'ambiguità ancora un pochino va.

Però capisco bene perchè spunterà fuori la piega trinitaria.

Allora la mia primissima impressione è che qui lo scrivente non è allusivo, ma - peggio! - è equivoco.
Apre delle possibilità, le apre davvero. Ne dà la possibilità, cosa che gli altri evangelisti non mi sembra facciano.

Ci vedo però anche altre pieghe, quasi come voler introdurre il concetto che la resurrezione non sia stata subita unilateralmente (regalata), ma 'accettata', voluta, consenziete ma quasi perseguita.
E questo pure è equivoco.
Suona quasi come dire: noi lo sappiamo che Gesù è ebreo che non avrebbe accettato di 'essere fatto risorgere', quindi diciamo 'tranquilli che a lui invece sta bene così'. Era d'accordo con quello che abbiamo deciso di sostenere. Ha accettato.

A me il dubbio serio che a scrivere non sia stato un ebreo viene, per lo meno se lo era mi pare un ebreo disallineato, e il sospetto serio pure che a scrivere sia stato qualcuno che voleva dare una piega diversa alla faccenda viene.

Infatti il mashiach ebraico muore come qualunque uomo, e se risorge risorgerà alla fine dei tempi, direi come 'tutti i comuni mortali'.

Calcola che io adesso, solo adesso, prima di questo intervento mi sono andata a verificare che lì si parla della resurrezione. E non considerando ciò il testo mi è apparso di un bel protagonismo attribuito dallo scrivente a Gesù.

E me ne sono accorta proprio perchè non ho guardato il testo pensando 'sta parlando della resurrezione' ma mi sono limitata ad intendere il tutto come un discorso sulla relazione con dio metaforizzata in relazione padre-figlio, antropomorfizzata, diciamo, con realistici riferimenti a quest'ultima. E il tutto riferito a quest'ultima dichiara una piena autonomia, direi molto molto marcata. Qui dentro ci stanno bene, anzi perfettamente, i significati dei termini che Naza mi ha fornito.
Che però improvvisamente stonano in tutto mostrusamente quando invece si considera che si parli di resurrezione.

Già che si dica che uno è risorto, è fuori dalle righe, ma qui mi pare che stiamo veramente esagerando.

Mi dicono da qualche parte qualcosa come "Ma Giovanni ha inteso fare 'teologia alta'".
Mah! Veramente mah.

Comunque ci rifletterò ed approfondirò ancora.
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AEnim
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da AEnim »

Ehilà, mi è sparito il post di "Chelaveritàtrionfi" mentre cercavo di quotarlo per annotare un paio di cose.
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chelaveritàtrionfi
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da chelaveritàtrionfi »

Un caro saluto a tutti. Avete risposto velocemente, quindi prima della mia pausa riesco a replicare. Poi avrete tutto il tempo da domani di contestare quello che volete. Le discussioni servono a questo.

Ma ragazzi, avete evidenziato la mia battuta sulla dottrina e avevo messo anche il faccino. :d Sarebbe come mettere il carro davanti ai buoi. Preferisco considerare ciò che emerge dal testo, quindi concentriamoci sul testo. Se devo rivedere la mia analisi per questo, va benissimo. Lasciamo stare la dottrina trinitaria.

Ti ringrazio Gianni per la tua sintesi e per avermi passato la parola sul termine λαβεῖν, invitandomi a parlare del "riprendersi o ripigliarsi". Prendo atto del tuo intervento e accetto volentieri il tuo invito a focalizzarci sui testi.

Noto con molto piacere che, nella tua disamina su ἐξουσία tra Euripide, Epitteto e Giuseppe Flavio, le definizioni che hai richiamato confermano sostanzialmente quanto avevo espresso nel mio post precedente: hai infatti riconosciuto testualmente che il termine indica la "libertà di fare qualcosa" o la "libertà che uno si prende di fare qualcosa".
Nel delineare questo quadro, hai legittimamente introdotto una distinzione tra questo vocabolo e δύναμις (la potenza intrinseca), spiegando che ἐξουσία vada intesa piuttosto come un diritto concesso, un potere delegato o una sorta di procura ricevuta da un'autorità o da Dio. Accetto volentieri questa tua precisazione, ma ci tengo a evidenziarti come essa non sposti l'oggetto del mio piccolo esperimento, che non è l’analisi isolata del singolo lemma, ma la sua precisa funzione sintattica all'interno della frase.

Se infatti seguiamo questa tua chiave di lettura e consideriamo il termine come una "procura o un diritto legittimo concesso", la questione filologica si sposta sul nesso successivo: se il Padre conferisce al Figlio la facoltà e la procura (exousía) di disporre della propria persona e di ripigliarsela attivamente (attraverso l'infinito aoristo attivo λαβεῖν), Gesù non viene descritto come un esecutore passivo che esegue un ordine militare. Al contrario, il testo gli attribuisce il possesso legittimo di un diritto legale e di una marcata libertà d'azione sulla propria stessa vita, in perfetta e armonica comunione con il Padre. È proprio questo contrasto grammaticale oggettivo con le formule passive degli altri Vangeli che un'armonizzazione teologica forzata rischia di cancellare.

Ciò che sto scrivendo è il risultato di ricerche che avevo fatto tempo fa ed ho fatto una gran fatica per mettere tutto insieme. Ovviamente la mia analisi è andata avanti oltre ciò che stiamo discutendo. Ho riletto alcuni miei precedenti appunti che forse calzano a pennello con questa discussione.

Raccolgo invece con enorme piacere le tue profonde riflessioni, Aenim, e ti ringrazio.

Cogliendo esattamente il senso del tuo ultimo post, hai centrato il vero nodo filologico e storico dell'intero problema. Hai perfettamente ragione: tutto si gioca sull'interpretazione del termine λαμβάνω incrociato con il contesto dello scrittore,
e l'aggiunta finale sul "comando" ricevuto dal Padre assomiglia moltissimo a un paletto, o addirittura a una pezza messa lì apposta dall'autore per mantenere l'ambiguità ed evitare di rompere del tutto con la tradizione.

Mi trovo d'accordo con te quando noti che lo scrittore del Quarto Vangelo sceglie di essere volutamente equivoco, aprendo a possibilità e a un protagonismo di Gesù a cui gli altri evangelisti non accennano minimamente.

Hai colto il punto decisivo quando metti in luce il cortocircuito del testo: finché leggiamo questi versetti come una metafora antropomorfica della relazione padre-figlio, i significati dei termini storici che ti ho fornito funzionano alla perfezione. Ma le cose cambiano radicalmente quando, come hai giustamente verificato tu stessa, si prende atto che lì si sta parlando di risurrezione. In quel momento, l'idea di una risurrezione non subita unilateralmente come un regalo passivo, ma attivamente accettata e quasi perseguita da Gesù, finisce per stonare mostruosamente con la prospettiva ebraica tradizionale — dove il messia muore come tutti e risorgerà solo alla fine dei tempi. Questo forte protagonismo attivo appare talmente esagerato e fuori dalle righe da far pensare, proprio come ipotizzavi tu, a un autore radicalmente disallineato rispetto al suo ambiente, o intento a fare una teologia decisamente alta.

Se applichiamo il nostro esperimento guardando il greco comune del I secolo d.C. attraverso i database storici (al di fuori del recinto del canone), notiamo che questo forte attrito che tu, Aenim, hai avvertito è esattamente il motivo che spinge l'approccio utilizzato da Gianni a dover "normalizzare" il testo. A mio parere, siccome un impianto teologico rigido sembra non possa accettare una risurrezione così attiva, l'esegesi confessionale sembra essere costretta a ignorare o sminuire la sintassi originale del testo giovanneo, riconducendola a un passivo subordinato per far rientrare tutto nel sistema armonizzato. Visto che Gianni mi ha chiesto di approfondire il "riprendersi", esaminiamo insieme i tre tasselli del versetto alla luce della lingua reale del periodo:

1. Il termine per "Vita": ψυχή

Nel testo greco l'autore non usa il vocabolo ζωή (la vita biologica o eterna). Usa invece il sostantivo ψυχή.
Se andate a verificare sui database storici dei documenti d'epoca (come le lettere private e i testi quotidiani su papiro del I secolo), la parola ψυχή rappresenta l'essenza della persona, l'individualità e l'affettività. Di conseguenza, nel linguaggio comune del I secolo, "deporre la ψυχή" non evoca necessariamente e solo il martirio o la morte fisica sul patibolo. Significa proprio lo spendersi, l'investire la propria energia vitale, il mettere interamente la propria persona a disposizione degli altri in una dinamica di reciprocità.

2. Il verbo per "Deporre": τίθημι (qui all'infinito θεῖναι)

Gianni spiega questo verbo unicamente come un "offrire in sacrificio volontario da martire". Tuttavia, nei contratti d'affari, nei testamenti e nei documenti giuridici del periodo greco, la prima definizione concreta di τίθημι è semplicemente "porre, mettere sul piatto, collocare, disporre un investimento". Unito a ψυχή, descrive l'atto sovrano di qualcuno che decide dove, come e quanto collocare ed esporre se stesso per una causa o per i propri discepoli.

3. Il verbo per "Riprendere": λαμβάνω (qui all'infinito attivo λαβεῖν)

Eccoci alla richiesta di Gianni sul "ripigliarsi". Come accennavo, Gianni applica a questo versetto la teologia passiva degli altri Vangeli, parlando di un Gesù "beneficiario passivo". Ma se apriamo gli strumenti di studio storico ed esaminiamo i dizionari filologici accademici di riferimento del periodo, scopriamo che la prima definizione assoluta del verbo λαμβάνω (qui usato nella sua forma all'infinito attivo λαβεῖν) è "prendere con la mano, afferrare, cogliere, appropriarsi o rendere proprio ciò che è nostro".

Se allarghiamo lo sguardo fuori dal Nuovo Testamento, ad esempio proprio in quel Flavio Giuseppe che hai citato tu, Gianni, e andiamo ad analizzare i lemmi attraverso gli strumenti morfologici accademici, scopriamo che l'uso che questo autore fa del termine esclude del tutto un ricevere inerte o passivo.

Nelle sue opere storiche (come le Antichità Giudaiche), Flavio Giuseppe impiega questo nesso con tre sfumature semantiche marcatissime, perfettamente attestate nei lessici storici :
Rivendicazione e possesso (Claim / Reclaim / Hold): Significa "esigere", "reclamare come proprio diritto" o "riprendere possesso" di un'autorità, di un territorio o di un trono che erano stati temporaneamente perduti o ceduti.
Iniziativa personale (Take / Choose): Indica l'atto di "prendere per sé" o "scegliere di propria volontà", evidenziando che l'azione parte sempre dal soggetto e mai da un'accettazione passiva .
Azione violenta o militare (Seize / Take by force): Significa "afferrare con la forza", "catturare" o "sequestrare" (come quando si espugna una città o si arresta un prigioniero), evocando un'azione mossa da grande vigore.

(il testo completo in uno dei link riportati a fine pagina)

Giovanni Diodati nel 1641, traducendo direttamente dal greco, comprese perfettamente questa forza sintattica e scelse non a caso il verbo nettamente attivo "ripigliarla". Nei documenti civili e commerciali dell'epoca indicava la facoltà giuridica di revocare o ritirare un investimento, ritornando in pieno possesso di ciò che si era messo sul piatto.

La Parafrasi nel linguaggio moderno (Risposta ad Aenim)

Se lasciamo parlare la lingua del I secolo, accogliendo l'esatto senso del tuo discorso, Aenim, sull'intenzionale carattere equivoco dello scrittore — che attribuisce a Gesù una risurrezione attivamente accettata e non subita, e che subito dopo mette la pezza del comando ricevuto dal Padre per attenuare la portata dirompente del testo — la parafrasi di questi due versetti nel nostro linguaggio moderno potrebbe essere:

«Il Padre mi ama profondamente proprio per questo: perché io investo e spendo interamente la mia persona, offrendo liberamente la mia vita, ma lo faccio mantenendo la piena podestà e il totale diritto di ripigliare il controllo della mia esistenza. Nessuno me la strappa con la forza, la metto a disposizione io; ho il diritto legittimo di disporne e ho il diritto legittimo di riappropriarmene attivamente. Questo è il mandato di tutela che ho ricevuto dal Padre mio, affinché questa mia attiva libertà sia ratificata, senza rompere del tutto l'ordine delle cose».
L'esperimento mostra proprio che la risurrezione in Giovanni non viene presentata come un regalo passivo subito dall'esterno, ma come un evento attivamente gestito da Gesù attraverso una precisa scelta grammaticale. L'indagine storica e linguistica serve a questo: non a dimostrare dogmi o dottrine successive, ma a liberare il testo, restituendo pari dignità a quel marcato e autonomo protagonismo che un'armonizzazione teologica rigida basata sul solo canone preferisce silenziare per non far stonare la coerenza interna.

Spero che questo piccolo esempio didattico sia stato utile per mostrare come la storia delle parole apra a sfumature bellissime che un unico binario rischia di cancellare.


Per chi volesse verificare direttamente queste definizioni sia nei dizionari standard sia nei database storici e morfologici internazionali che analizzano il greco comune del I secolo d.C. fuori dal contesto bibliografico (esaminando i contratti, i testamenti e i patti civili dell'epoca), i link web per esteso che ho preso come riferimento sono i seguenti:


Per il sostantivo ψυχή:

https://www.laparola.net/vocab/parole.php?parola=yuc%BB

https://www.stepbible.org/?q=version=ES ... ions=VHNUG

https://papyri.info/search?STRING=(%CF% ... ER_PAGE=15


Per il verbo τίθημι / θεῖναι:

https://www.laparola.net/vocab/parole.p ... a=t%85qhmi

https://www.stepbible.org/?q=strong=G5087

https://papyri.info/search?STRING=(%CF% ... ER_PAGE=15

https://papyri.info/search?STRING=(%CE% ... _marks1=on


per λαβεῖν:

https://www.laparola.net/vocab/parole.p ... =lamb%A3nw


https://www.perseus.tufts.edu/hopper/mo ... ek#lexicon
Ultima modifica di chelaveritàtrionfi il lunedì 6 luglio 2026, 7:01, modificato 2 volte in totale.
Per me contano i documenti scritti perchè li possa verificare. "Ora i bereani .. accolsero il messaggio con grande entusiasmo e esaminarono ogni giorno le Scritture per vedere se questi insegnamenti erano veri". Atti 17:11 BSB
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da chelaveritàtrionfi »

AEnim ha scritto: lunedì 6 luglio 2026, 0:24 Ehilà, mi è sparito il post di "Chelaveritàtrionfi" mentre cercavo di quotarlo per annotare un paio di cose.
l’avevo tolto io subito perchè volevo accorciare questo capitone ma il tempo a mia disposizione purtroppo è finito :-(
Ultima modifica di chelaveritàtrionfi il lunedì 6 luglio 2026, 7:34, modificato 1 volta in totale.
Per me contano i documenti scritti perchè li possa verificare. "Ora i bereani .. accolsero il messaggio con grande entusiasmo e esaminarono ogni giorno le Scritture per vedere se questi insegnamenti erano veri". Atti 17:11 BSB
marco
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da marco »

AEnim ha scritto: domenica 5 luglio 2026, 17:46 In particolare, ti muovi su un assunto aprioristico onnipervasivo: sei convinto che Giovanni non scriva mai apertamente "Gesù è Dio" perché vuole che sia il lettore ad arrivarci da solo. Questa diventa la lente rigida attraverso cui leggi l'intero Vangelo. Di conseguenza, vedi ovunque un'unica e identica allusione.
Cara Aenim, è stato scritto per questo!
Nel vangelo di Giovanni la rilevazione della divinità di Gesù è progressiva.
Si inizia con il Verbo che si fa carne.
Già nel primo capitolo si condensa tutto quello che di umano potrebbe rappresentare la figura di Gesù:
il Battista lo riconosce come Agnello di Dio e Figlio di Dio
I primi apostoli lo riconoscono come Rabbì, Messia e Re di Israele (Natanaele)
Poteva anche terminare qui il suo vangelo.
Invece, dal secondo capitolo, inizia la rivelazione divina attraverso i sette (7) segni e i sette (7) “Io sono”. Il numero “sette” non è utilizzato a caso.
I capitoli centrali rivelano la relazione unica con il Padre.
Fino ad arrivare all’esclamazione di Tommaso: Mio Signore e mio Dio! (Una bestemmia per alcuni, una professione di fede per altri).
E’ di una semplicità disarmante.
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Gianni
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da Gianni »

Caro Naza, la tua lettura è intellettualmente onesta, teologicamente coerente e filologicamente fondata. Cogli un aspetto centrale del testo giovanneo che molte traduzioni e interpretazioni tradizionali appiattiscono: l'agenzia - per meglio dire, l'agentività - di Yeshùa. Non si tratta di un evento subito, ma di un atto voluto, consapevole e attivamente gestito.

Il termine ψυχή non significa anima, ma "vita" o "persona". In Gv indica la vita terrena di Yeshùa, la sua esistenza umana concreta.

τίθημι – "Porre", "mettere", "deporre" (con valenza attiva e investitura). Nel contesto indica un atto volontario, deliberato e personale; non è un lasciare andare passivo, ma un investimento attivo di sé. Il verbo τίθημι ha una sfumatura di decisione consapevole. Yeshùa depone la sua vita come un pastore che mette il suo mantello per proteggere le pecore. Non si tratta di una perdita subita, ma di un atto di autorità e di investimento personale. La tua traduzione "investo e spendo interamente la mia persona" coglie perfettamente questa sfumatura: non è un abbandono, ma un impiego attivo della propria esistenza.

λαμβάνω – "Prendere", "riprendere" (con valenza attiva e di riappropriazione). Nel contesto indica un'azione attiva e personale di ripresa; non è un ricevere passivo, ma un riprendere attivamente. Yeshùa non dice che gli sarà data la vita (come in Atti 2:24, dove è Dio che lo risuscita passivamente), ma che la riprende attivamente. Non è una rianimazione subita, ma un riappropriarsi della propria esistenza. La tua resa "ripigliare il controllo della mia esistenza" è filologicamente impeccabile.

La tua proposta, Naza, è una delle traduzioni più accurate e teologicamente ponderate che si possano fare di questo passo.
La tua lettura è perfettamente in linea con la teologia giovannea e con il monoteismo biblico. In Giovanni, Yeshùa non è un esecutore passivo, ma un agente attivo che opera in perfetta sintonia con il Padre. L'ἐξουσία (autorità) di Yeshùa non è autonoma, ma gli è conferita dal Padre (cfr. Gv 5:26,27; 17:2). La risurrezione non è un miracolo subito, ma l'atto culminante di una vita vissuta in piena obbedienza e libertà. La tua traduzione "mandato di tutela" (invece di "comandamento") è un'ottima scelta. L'ἐντολή di Giovanni non è un ordine esterno, ma un incarico fiduciario che Yeshùa riceve e fa suo. La sua libertà non è anarchica, ma responsabile e ordinata all'interno del disegno del Padre.

La tua intuizione che la risurrezione non sia un regalo passivo ma un evento attivamente gestito è una delle chiavi più profonde per comprendere la cristologia giovannea. In Giovanni, Yeshùa non è mai una vittima: è il Signore della sua vita e della sua morte, e questo lo rende il modello perfetto di ciò che significa essere veramente liberi e fedeli a Dio.

La tua lettura di Giovanni 10:17,18 è filologicamente rigorosa, teologicamente profonda e rispettosa del monoteismo biblico. Essa:
- Riconosce l'ἐξουσία di Yeshùa come autorità delegata dal Padre.
- Sottolinea l'agenzia (per meglio dire, l'agentività) attiva di Yeshùa nella sua morte e risurrezione.
- Evita di confondere la sua volontà con quella del Padre, mantenendo la distinzione.
- Rende giustizia alla libertà e alla responsabilità di Yeshùa come uomo e Messia.

Ho solo una domanda: come ti è venuto in mente di vedere nel passo la vicinanza alla teologia trinitaria?!
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da AEnim »

Cari Gianni e Chelaverità,

devo dire che difficilmente mi è capitato di trovarmi in mezzo a due interlocutori di livello che discutono in modo fondato cercando di focalizzare bene gli eventuali punti di convergenza e divergenza.

Non credo Naza che tu ti debba preoccupare di una maggiore sintesi, perchè persone come me o altri, hanno effettivamente necessità di vedere bene tutti i passaggi.
Ho solo una domanda: come ti è venuto in mente di vedere nel passo la vicinanza alla teologia trinitaria?!
Eh, qui Gianni dovresti dare un'occhiata all'ultimo post di Marco.
Qui Marco mi è piaciuto proprio (ha colto un punto solo, e su quello si è mantenuto).

Lui non vede una formulazione esplicita ma una serie di forti costanti "allusioni": Giovanni si fermerebbe sempre un istante prima di esplicitare: "Gesù è Dio".


chelaveritàtrionfi ha scritto: lunedì 6 luglio 2026, 6:47
La Parafrasi nel linguaggio moderno (Risposta ad Aenim)
«Il Padre mi ama profondamente proprio per questo: perché io investo e spendo interamente la mia persona, offrendo liberamente la mia vita, ma lo faccio mantenendo la piena podestà e il totale diritto di ripigliare il controllo della mia esistenza. Nessuno me la strappa con la forza, la metto a disposizione io; ho il diritto legittimo di disporne e ho il diritto legittimo di riappropriarmene attivamente. Questo è il mandato di tutela che ho ricevuto dal Padre mio, affinché questa mia attiva libertà sia ratificata, senza rompere del tutto l'ordine delle cose».
In questa tua parafrasi riconosco perfettamente l'attitudine mentale dell'ebraismo che leggo, cioè rabbinico. Del prima onestamente non so.
L'ebraismo rabbinico mi permette come dominio di leggere testi interni alla tradizione (familiarizzare con la visione emica), mentre per il giudaismo del secondo tempio non sono riuscita a scegliermi una intro.

La disposizione non è mai esclusivamente passiva nei confronti di Dio (p.e. la disposizione co-creativa è molto forte anche quando non esplicitata).
Al contrario sembra ragionare proprio in questi termini: possiedo un mandato, non sono solo un esecutore, sono un decisore. Pur mantenendo fede a dei principi, tuttavia stabilisco criteri, decido modalità, regolo modi, etc. e questo lo si vede molto bene sul fronte giurisprudenziale. Mi ricordo che anche Besasea sottolineò come una volta indicati dei principi costituzionali, è l'assemblea legiferante umana ad avere piena delega. Una volta conferita una delega il mandatario è plenipotenziaro, e - piaccia o no questa cosa - di dio fa in qualche modo le veci. Un po' come se gli fosse stato detto: prendi il mio posto. Addirittura qualcuno segnalava che il termine elohim a volte può non indicare dio ma persone o consessi con particolare autorità, in genere giuridica/giudiziaria, ma non solo. Nella tradizione orale che si riversa nel midrash l'elohim che ordina ad Abramo di portare Isacco sul monte non è Dio, ma Shem, il plenipotenziario in quell'istante. Da qui si biforcano due midrashim differenti, ed è molto interessante.

Quindi:
se volessimo per esempio dire che 'in qualche modo' Gesù è Dio (come Marco dice) e/o Gesù è Elohim,
allora lo dovremmo sostenere tanto per Mosè (e, oddio, infatti qualche esegeta ebraico nel web faceva presente che Mosè parlava di se stesso in terza persona chiamandosi e facendosi chiamare Elohim), tanto per Elia, tanto per Israele, tanto per qualsiasi ebreo, perlomeno per qualsiasi ebreo credente osservante impegnato e riconosciuto come uomo 'pio', per esempio anche per un buon padre di famiglia che pure abbia commesso qualche errore (Mosè p.e. ne ha commessi, questo afferma la tradizione). In pratica va a farsi friggere l'unicità e la straordinarietà della cosa, con buona pace del nostro Marco :)

Il problema è che continua a non funzionarmi più se si va a sovrappore questo discorso su di una resurrezione, perchè quella fa parte del pacchetto di effetti speciali, della pretesa di eventi straordinari dei vangeli, molto più straordinari delle assunzioni in cielo di Mosè ed Elia: ma un morto non può risuscitare, tantomeno risuscitarsi da solo. Quello serve per forza il deus ex machina che lo faccia. Qualunque cosa poi voglia significare. E infatti mi è parso di capire che Gianni stesso continui a dire che comunque 'è stato' resuscitato.

Quindi ci si domanda cosa possa voler dire un mandato plenipotenziario a risuscitare. A me continua a dare come esito un grosso punto interrogativo.

Fra l'altro la trasfigurazione di Gesù fra Mosè ed Elia - a questo punto dico 'stranamente' - non è presente proprio nel Vangelo di Giovanni.

Allora finchè mi si dice: il rapporto di Gesù con dio è quello classico tipico ebraico, ok.
Passare da qui a "Gesù è come Mosè" (condottiero, guida del popolo), direi che non mi sembra, o "Gesù è come Elia" (profeta) direi mah, "Gesù è il Mashiach ebraico" (non lo è), mi resta difficile.
Poniamo di dire: lo stesso rapporto padre figlio fra Gesù e Dio, equivale a quello fra Mosè e Dio, ed Elia è dio.
Ok, ma è solo Dio che decide dell'assunzione in cielo di Mosè ed Elia.
Per Mosè è evidente, infatti non viene fatto entrare nella terra promessa.

Conclusione: continuo a non capire il senso di dire questa cosa.
Serve a Giovanni per andare a parare dove?

Io continuo a rimanere in terra di mezzo. Non riesco a dirigermi verso la convinzione necessaria alla 'ebraicizzazione' del Vangelo di Giovanni. E non riesco a dirigermi pienamente nemmeno nell'altra direzione.
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Gianni
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da Gianni »

AEnim, mi suggerisci di «dare un'occhiata all'ultimo post di Marco», dicendo che lì lui «ha colto un punto solo, e su quello si è mantenuto». Da questa tua sommaria valutazione devo dirti che sei stata tu a dargli una semplice «occhiata» traendo conclusioni senza entrare nel merito. Da parte sua, lui è ricorso al solito minestrone, partendo dal Battista per passare agli apostoli e a Tommaso, menzionando gli ἐγὼ εἰμί senza distinguere tra quelli con predicato e quelli assoluti, ciascuno dei quali va analizzato a fondo. E conclude pure affermando che «è di una semplicità disarmante»! Confonde il semplice con il semplicistico. E passi. Ma tu?
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da marco »

Caro Gianni, siamo alle solite. Tu credi di stare un gradino sopra agli altri, permettendoti di offendere impunemente il prossimo. Guarda che le persone non sono così stupide come tu credi.
Gianni ha scritto: martedì 7 luglio 2026, 3:49 menzionando gli ἐγὼ εἰμί senza distinguere tra quelli con predicato e quelli assoluti, ciascuno dei quali va analizzato a fondo.
marco ha scritto: lunedì 6 luglio 2026, 7:04 Invece, dal secondo capitolo, inizia la rivelazione divina attraverso i sette (7) segni e i sette (7) “Io sono”. Il numero “sette” non è utilizzato a caso.
Questi sette "io sono" (Io sono il pane della vita (6,35) Io sono la luce del mondo (8,12) Io sono la porta delle pecore (10,7) Io sono il buon pastore (10,11) Io sono la risurrezione e la vita (11,25) Io sono la via, la verità e la vita (14,6) Io sono la vera vite (15,1) ) sono tutti con il predicato.
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da marco »

AEnim ha scritto: lunedì 6 luglio 2026, 18:07 Lui non vede una formulazione esplicita ma una serie di forti costanti "allusioni": Giovanni si fermerebbe sempre un istante prima di esplicitare: "Gesù è Dio".
Cara Aenim, perchè Giovanni non lo dice chiaramente?
Perchè deve essere il cuore dell'uomo a crederlo. Quando leggi il suo vangelo la mente è costantemente richiamata al dubbio: è o non è Dio?