Buongiorno, Ariel1. Sono io a domandare a te dove hai letto che io abbia scritto che nella Torah un sacrificio umano diventa lecito perché la vittima si offre volontariamente.
Al punto 2 ho scritto chiaramente: «La Toràh vieta i sacrifici umani, e li vieta in modo assoluto».
AEnim ha cercato di spiegare cosa intendevo, ma io desidero specificare che non accolgo la «teologia cristiana» perché è postuma. In particolare aborro l’idea «cristiana» di un Dio-uomo che sacrifica sé stesso.
La Toràh presenta costantemente Dio come colui che prende l'iniziativa nella storia della salvezza. È Dio che sceglie Abramo, che libera Israele dall'Egitto, che stabilisce l'alleanza. L'idea che sia Dio a provvedere la salvezza, e non l'uomo a conquistarla con i propri sacrifici, è profondamente radicata nella Scrittura ebraica. In questo senso, dire che è Dio che offre piuttosto che gli uomini che offrono è coerente con la logica dell'alleanza.
L’aqedàh (עֲקֵדָה) in Genesi 22:1-19 è il modello biblico. Dio mette alla prova Abraamo, ma ferma la mano dell'uomo e provvede Lui stesso un montone (Genesi 22:8, 13-14). Il messaggio è chiaro: Dio non vuole il sacrificio umano; è Lui che provvede. La tradizione ebraica sottolinea che l'aqedàh insegna proprio che Dio aborre i sacrifici umani e che l'uomo non deve compierli. Dire che «Dio offre il suo prescelto» riecheggia questo modello: l'iniziativa è divina, e l'uomo non è l'agente del sacrificio. Tuttavia, la Toràh vieta esplicitamente il sacrificio umano, chiunque sia l'agente, e ciò è problematico. Il divieto è categorico e non ammette eccezioni basate sul soggetto agente. Deuteronomio 12:31 definisce il sacrificio umano un abominio che Dio odia.
Nella Bibbia ebraica, Dio non è mai presentato come colui che offre un sacrificio. Il sacrificio è sempre un atto umano di culto, offerto a Dio. Dire che «Dio offre il suo prescelto» non è stata una felice espressione da parte mia (introduce una categoria che la Toràh non conosce: Dio come soggetto di un'azione cultuale sacrificale); mi sono espresso male e sono stato frainteso. La Toràh prevede il pentimento (teshuvàh) e, nel sistema del Tempio, l'espiazione attraverso il sangue animale, ma mai la morte sostitutiva di un giusto.
C’è compatibilità con la Toràh solo in un senso molto specifico e limitato: se significa che Dio è l'iniziatore della salvezza e che l'uomo non può ottenere il favore divino con i propri sacrifici, allora riecheggia un tema autenticamente biblico (l'aqedàh e i profeti che condannano il culto ipocrita).
Capisco perfettamente che la seguente mia analisi non è accettabile per l'ebraismo, perché non riconosce in Yeshùa il compimento delle proprie Scritture: «L'autore della cosiddetta Lettera agli Ebrei spiega che i sacrifici veterotestamentari erano ombra e figura di ciò che sarebbe venuto (Ebrei 10:1). Erano inefficaci a togliere i peccati (Ebrei 10:4), ma prefiguravano il sacrificio perfetto del Cristo. Quando il Cristo viene, i sacrifici animali non sono più necessari: il suo sacrificio è una volta per tutte. - Ebrei 10:10-14».
Per l'ebraismo, i sacrifici del Tanàch non sono ombre di qualcosa che doveva venire, ma comandamenti eterni di Dio (Levitico 23:14; Numeri 18:19). L'idea che siano provvisori e inefficaci non è accolta dall'ebraismo rabbinico. La Toràh, del resto, non dice mai che i sacrifici fossero un "pedagogo" verso il Cristo. Questa è un'interpretazione che nasce dalla fede in Yeshùa.
Ebrei 10:4 dice che il sangue di tori e capri non può togliere i peccati. Ma attenzione: la Toràh non promette mai che i sacrifici da soli tolgano i peccati. Il perdono è sempre legato al pentimento (teshuvàh). I sacrifici erano il mezzo rituale attraverso cui il pentimento trovava espressione. La loro inefficacia non è intrinseca: è legata alla ripetitività (Ebrei 10:1-3) e al fatto che non potevano cambiare il cuore. Yeshùa, invece, offre un sacrificio definitivo che trasforma la persona dall'interno. Questo è il punto di Eb: non che i sacrifici fossero inutili, ma che erano temporanei e imperfetti rispetto a ciò che prefiguravano. Eb non dice che i sacrifici erano sbagliati, ma che erano ombra di una realtà più grande. Il compimento non annulla la validità storica dei sacrifici, ma ne rivela il significato profondo.
Il punto è che Yeshùa non è una vittima umana nel senso proibito, ma che Dio stesso accetta.
Si legge in Eb 10:5-9: “Ecco perché Cristo, entrando nel mondo, disse: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo; non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, vengo (nel rotolo del libro è scritto di me) per fare, o Dio, la tua volontà». Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici, né offerte, né olocausti, né sacrifici per il peccato» (che sono offerti secondo la legge), aggiunge poi: «Ecco, vengo per fare la tua volontà»”.
L'autore di Ebrei mette in bocca a Yeshùa le parole del Salmo 40:6-8 (numerazione LXX: 39:7-9). Il testo greco della Settanta, citato in Ebrei 10:5, dice: "Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo".
La differenza con il testo ebraico masoretico è significativa: dove l'ebraico dice "mi hai scavato gli orecchi" (cioè mi hai reso capace di ascoltare e obbedire), la LXX traduce con "mi hai preparato un corpo". L'autore di Ebrei sceglie la versione greca perché gli permette di applicare il passo a Yeshùa.
La questione è molto complessa: da una parte l’ebraismo rabbinico e dall’altra la fede in Yeshùa come Messia. Non se ne esce con il ragionamento.
Isaia 66:3 Dio condanna i sacrifici
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Gianni
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marco
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Re: Isaia 66:3 Dio condanna i sacrifici
Caro Ariel1, non è stato un sacrificio umano. Assolutamente no.Ariel1 ha scritto: ↑sabato 31 ottobre 2026, 19:20 Perciò la domanda resta semplice,dove stabilisce la Torah che un uomo possa offrire la propria vita come sacrificio per i peccati degli altri? Non chiedo cosa affermino Giovanni, Paolo o la teologia cristiana successiva. Chiedo un riferimento nella Torah,c'è qualche ebreo in questo forum?
Risulta evidente che non erano presenti nulla che potesse rendere sacro il sacrificio a Dio secondo le norme e le prescrizioni sacerdotali.
La santità di Dio richiede giustizia per il peccato.
Questo è un concetto fondamentale che occorre tenere in mente e scaturisce dalla Torah.
Adesso, ogni uomo studioso della Torah e onesto con se stesso sa, che secondo la Legge di Dio merita la morte e la separazione da Lui. La teshuvah da sola non basta, essendo solo un compromesso. Infatti i riti di espiazione si possono ripetere all’infinito.
L’uomo da solo non può ritenersi giusto davanti a Dio. Anche se ha fatto mille e mille teshuvah. Una sola trasgressione ed è la fine dell’uomo. Adamo ed Eva non sono stati perdonati per la trasgressione. Acam se non sbaglio si era pentito del furto ma non ha ottenuto il perdono. La sentenza di morte ha colpito pure la famiglia.
Gesù non avendo mai peccato non avrebbe dovuto morire. Poteva ribellarsi a Dio invece ha scelto di morire barattando la nostra salvezza.
Gesù, secondo Giovanni, l’ultima parola che disse fu: tutto è compiuto. In realtà la parola in greco è teletestai: pagato per intero. E’ come se Gesù dicesse a Dio ho pagato il debito che l’umanità ha contratto con te. La risposta di Dio è stata la sua resurrezione. Dio ha accettato la sua proposta.
Tornando alla tua domanda, ti rispondo in questo modo. Il peccato del singolo investiva tutta la comunità. Anche se viene detto che il padre non viene messo a morte per il figlio, le cose sono diverse. I parenti di Acam hanno pagato per il peccato del familiare. Il figlioletto di Davide ha pagato per il peccato di suo padre.
Quindi il peccato di uno condanna la comunità.
Perchè il sacrificio di uno non può salvare la comunità?
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Ariel1
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Re: Isaia 66:3 Dio condanna i sacrifici
Buongiorno grazie Gianni per la risposta e per la precisazione. Questo conferma ciò che avevo compreso leggendo la Torah il sacrificio umano non è previsto né autorizzato. Il Nuovo Testamento propone una lettura teologica diversa, che però è un'altra questione e non va confusa con ciò che dice la Torah.
Grazie ancora
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