Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

chelaveritàtrionfi
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da chelaveritàtrionfi »

Caro Gianni, tu sai quanto ti rispetto da studioso, ti chiedo scusa ma il metodo che proponi e la tue risposte mi sembrano abbastanza curiose.

Citazione: «Quanto al contesto della comunità giovannea, non ti sembra di partire da un dato ipotizzato trasformato in certezza

Mi sorprende che tu ti stupisca dinnanzi al termine “Comunità Giovannea”.
Espressioni come Johannine Community, Matthean Community, Lukan Community, Johannine School, Johannine Tradition o Pauline School appartengono da decenni al lessico della ricerca storico-letteraria. Le trovi, ad esempio, nelle opere di Raymond E. Brown (The Community of the Beloved Disciple; An Introduction to the New Testament) ed altri studiosi. Nessuno di questi autori presenta tali comunità come entità storiche dimostrate nel senso stretto del termine ma le utilizzano come modelli storiografici per descrivere gli ambienti redazionali nei quali, secondo l'analisi storico-letteraria, questi scritti hanno preso forma. Non indicano l'esistenza di comunità formalmente identificate con quei nomi, ma costituiscono strumenti interpretativi largamente impiegati negli studi sul Nuovo Testamento.


Per chi conosce un pò i metodi di ricerca, si procede in questo modo: si costruiscono modelli interpretativi che cercano di spiegare il maggior numero possibile di dati disponibili. Un modello può essere discusso, corretto o sostituito da uno migliore, ma non è presentato come la pretesa di essere una dimostrazione matematica.

Citazione: «Non si può parlare di comunità giovannea, così come non si può parlare di comunità marciana o matteana.»

Come già scritto appena sopra, da molti decenni gli studiosi parlano di comunità matteana, comunità lucana, ambiente paolino, scuola deuteropaolina e scuola o tradizione giovannea. Si tratta di categorie storiografiche utilizzate per descrivere ambienti redazionali caratterizzati da uno specifico linguaggio, da una particolare teologia e da tradizioni condivise.

Riguardo al vangelo di Giovanni ho già citato uno tra i tanti studiosi: Raymond E. Brown, considerato uno dei maggiori esperti del Vangelo di Giovanni. Tra l’altro era anche un biblista cattolico.

Citazione: «State semplicemente seguendo ciò che dice la maggioranza.»

Il consenso accademico non costituisce una prova, ma non può nemmeno essere liquidato come un semplice "dice la maggioranza". Se una determinata ipotesi è condivisa dalla maggior parte degli specialisti dopo decenni di ricerca e di confronto internazionale, chi propone una ricostruzione alternativa ha l'onere di mostrare, argomento per argomento, perché quel consenso sarebbe errato.
Non perché la maggioranza abbia necessariamente ragione, ma perché il metodo scientifico richiede che una nuova ipotesi spieghi i dati almeno altrettanto bene di quella prevalente.

Quindi, caro Gianni, proponi pure il tuo studio alternativo. Riguardo alla mancanza di competenze, puoi fare riferimento a me, certamente, oppure a molti utenti che scrivono sul forum. Ma non si può certo dire che determinati studiosi non abbiano le competenze per arrivare a certe ipotesi e conclusioni.
Dato che qui non siamo in un'accademia, possiamo soltanto commentare. Ti ricordo però che, quando pubblichi i tuoi studi, ti assumi anche una grande responsabilità. Le opere di uno studioso non sono semplici commenti, ma lavori che vengono presi in considerazione con un certo peso. Per questo motivo, occorre molta prudenza prima di giungere a conclusioni presentate come certe.
Un conto sono i commenti come i miei che valgono zero patata nell’ambiente, un conto sono gli studi.

Dato che le interpretazioni sbocciano come le rose ti dico la verità , sono abbondantemente stanco . Certamente ognuno può proporre le proprie interpretazioni con i mezzi che ha. Tuttavia, per acquisire autorevolezza, ogni scritto dovrebbe poi passare al vaglio della critica storico-letteraria e degli studiosi che le competenze specifiche le possiedono.

Ciao Marco. La mia permanenza sarà molto breve perchè purtroppo sono impegnato in altre cose ed altri problemi a cui devo star dietro. La vita è dura per tutti.
Chiedo scusa se magari il mio approccio può sembrare troppo radicale, ma ho deciso da tempo di lasciare indietro quello fideistico. Anzi, dato che il concetto “fede” è una questione personale, ho deciso di lasciarlo fuori dal forum.
Ho scritto troppo, quindi adesso taccio. Quello che volevo scrivere l’ho scritto.
Buon proseguimento
Per me contano i documenti scritti perchè li possa verificare. "Ora i bereani .. accolsero il messaggio con grande entusiasmo e esaminarono ogni giorno le Scritture per vedere se questi insegnamenti erano veri". Atti 17:11 BSB
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Gianni
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da Gianni »

Caro Marco, perdona, ma hai riproposto un minestrone. Quando elenchi tutte le opere compiute da Yeshùa per sostenere che lui sarebbe Dio, trai concisioni non vere, tanto che dici che lui risorse. Così non è: fu Dio a risuscitarlo.
E citi pure le sue parole in modo sbagliato: “Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite”. Da dove hai pescato la traduzione “Io Sono”, con tanto di maiuscole? Di certo da una traduzione trinitaria. Se ne hai i mezzi, leggi quel versetto nella Bibbia vera, quella originale. Faresti delle scoperte.
Che tu citi la tua esperienza per sostenere la divinità di Yeshùa è curioso. Hai rivelazioni personali?

Caro Naza, piuttosto che di comunità Giovannea e simili, preferisco pormi la domanda: a chi sono indirizzati i quattro scritti evangelici? A questa domanda possiamo rispondere, e senza inventarci particolari comunità. La tua affermazione che «non indicano l'esistenza di comunità formalmente identificate con quei nomi, ma costituiscono strumenti interpretativi largamente impiegati negli studi sul Nuovo Testamento», è contraddittoria. Se infatti non indicano l'esistenza di comunità, che ce ne facciamo di quei nomi «impiegati negli studi sul Nuovo Testamento»? Se «comunità giovannea» non indica l’esistenza di quella comunità, perché mai chiamare così il pubblico a cui Giovanni indirizza il suo scritto? Come minimo è un controsenso, ma – ancora più grave – è fuorviante.
Tu arrivi a dire: «Per chi conosce un po’ i metodi di ricerca, si procede in questo modo: si costruiscono modelli interpretativi che cercano di spiegare il maggior numero possibile di dati disponibili». Questo è l’errore più grande. Come lo costruisci un modello interpretativo? Sarebbe come scrivere un modello della Divina Commedia e poi spiegarla. L’ermeneutica non nasce a priori, ma solo dal testo dopo averlo studiato.
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da AEnim »

Cari, mi sento un po' in colpa per aver spostato la discussione sul metodo.
D'altronde la cosa è nata dal domandarmi: come faccio a rispondere alla domanda di Gianni? Ovvero che metodo potrei usare?

Però devo dire che è diventata la discussione più appassionante che mi sia capitata.
Per non sentirsi proprio fuori tema basterebbe aggiungere nel titolo: "e questioni di Metodo".

Naturalmente nella mia testa ora mi sono già spostata un pochino su:
quale è allora il metodo di Gianni visto che in qualcosa si discosta dal metodo storico-critico interdisciplinare accademico e tuttavia è molto rigoroso.
Quindi sto cercando di capire il Metodo ermeneutico di Gianni e le ragioni che lo sostengono. Sto provando a documentarmi un po' e se ci riesco nonostante rubinetti rotti, idraulici in procinto di partire, calura insostenibile, ottemperanze amministrative, ed altre meraviglie in mezzo alle quali dovrei anche pulire, cucinare, stirare etc, tornerò a riassumere cosa mi sembra di aver capito così vediamo fino a dove ci ho inzecato oppure no.

Intanto, con grande senso si frustrazione, ho scoperto che a proposito di comunità giovannea non si sa nemmeno per esempio se la comunità in cui si sarebbe trovato Giovanni e/o l'estensore del suo vangelo fosse o meno una comunità ebraica che si riuniva in una sinagoga ancora al momento dell'estensione dello scritto o se fosse già avvenuta in quei lidi una frattura, prima o dopo la stesura del Vangelo.
Ho scoperto che ci sono due elementi che sollecitano il quesito ed uno è un termine greco l'altro è il fatto che il vangelo di Giovanni non proponga l'eucarestia ma la lavanda dei piedi come rito pasquale, il chè è dato sufficiente per porre il quesito ma diventano anche dato irrisorio per rispondervi.
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Gianni
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da Gianni »

Cara AEnim, sono davvero contento che tu ritenga questa discussione la più appassionante che ti sia capitata.
Tu suggerisci di aggiungere nel titolo: «… e questioni di metodo». Sai cosa possiamo fare? Parlare di metodo e applicarlo come prova al testo giovanneo. Due piccioni con una fava. Anzi tre, perché il metodo deve valere per tutti i testi biblici.

Tu parli di mio metodo ermeneutico, ma in verità è «mio» solo nel senso che lo ho adottato. E poi, a dirla tutta, ci sono diversi metodi, nessuno dei quali va trascurato.

Oltre al metodo storico-critico, da te citato, lo studio di Gv (e dei testi biblici in generale) beneficia enormemente di approcci letterari, sincronici e contestuali. Mentre il metodo storico-critico cerca di «andare a vedere cosa c’è dietro» al testo per ricostruirne la genesi, le fonti e la storia della redazione, questi altri metodi guardano al testo così come ci è stato consegnato (nella sua forma finale) o alle sue interazioni con il lettore.

I principali metodi alternativi e complementari più utilizzati nella ricerca giovannea sono:
1. L'analisi narratologica (critica narrativa);
2. L'analisi retorica;
3. L'approccio semiotico (o strutturalista);
4. La critica della risposta del lettore;
5. L'approccio socio-scientifico (critica socio-culturale).

Non mi dilungo volutamente nello spiegarli ad uno ad uno: era solo per dire quanto sia complessa la questione dei metodi.

Nell’affrontare il testo biblico vero e proprio è importante usare sia il metodo deduttivo che il metodo induttivo. Si sappia però che col deduttivo si impara quello che già si sa, ma con l’induttivo si sanno nuove scoperte.

Va da sé che il testo da studiare deve essere quello biblico vero e autentico, non una sua traduzione.
Va anche da sé che chi studia il testo biblico deve avere capacità di ragionamento logico e una adeguata preparazione culturale.
Ho già parlato di questa artefatta citazione: “Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8:28). Chi legge l’espressione “Io Sono”, manipolata dal traduttore e prendendola per buona, commette diversi errori:
- Fa passare il suo “Gesù” per uno sciocco che nel ben mezzo di una discussione proclama (nelle intenzioni del traduttore) un tetragramma fasullo;
- Non riflette sul fatto che Yeshùa afferma di non poter far nulla di sua propria iniziativa;
- Non si domanda neppure come sia possibile che il suo Gesù-Dio non possa far nulla da sé stesso.

Domattina, cara AEnim, a Dio piacendo troverai nel sito di biblistica.it il nuovo numero della rivista Ricerche Bibliche, di cui ti segnalo lo studio L’autore del cosiddetto «quarto Vangelo», in cui c’è la prova che Giovanni era cugino di Yeshùa e, soprattutto, che è l’autore dell’omonimo scritto. Chi è iscritto alla newsletter del sito ne riceverà automaticamente comunicazione.
chelaveritàtrionfi
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da chelaveritàtrionfi »

«Piuttosto che di comunità giovannea e simili, preferisco pormi la domanda: a chi sono indirizzati i quattro scritti evangelici? [...] Se "comunità giovannea" non indica l'esistenza di quella comunità, perché mai chiamare così il pubblico a cui Giovanni indirizza il suo scritto? Come minimo è un controsenso, ma – ancora più grave – è fuorviante

Caro Gianni, alla domanda «a chi sono indirizzati i Vangeli» si può certamente rispondere senza ricorrere a categorie come "comunità giovannea" o simili. Questo è un livello di analisi del tutto legittimo, ma non esaurisce il problema storico-critico.

I termini che ho citato non sono invenzioni personali, come si è capito. Li ho riportati perchè appartengono alla letteratura specialistica e al lessico della ricerca storico-critica. Non vengono utilizzati per affermare l'esistenza di gruppi formalmente attestati con quel nome, ma come strumenti interpretativi per spiegare l'insieme dei dati che emergono dal testo. Se questi strumenti vengono utilizzati hanno un loro perchè e non è corretto cestinarli come semplici invenzioni, quindi inutili.


La questione, qui, non è "inventare comunità", ma distinguere tra ciò che il testo afferma esplicitamente e ciò che la ricerca storica ricostruisce a partire dalle evidenze disponibili. Il destinatario del Vangelo e il contesto nel quale il Vangelo è stato composto non coincidono necessariamente. Per questo anche rispondere alla domanda «a chi è rivolto il Vangelo?», quando il testo non lo dice esplicitamente, comporta comunque un'inferenza storica.

Non c'è quindi alcuna contraddizione. Il fatto che il Vangelo non nomini una "comunità giovannea" non rende improprio il termine: significa semplicemente che si tratta di una categoria ricostruttiva moderna e non del nome storico di un gruppo attestato. Si tratta di due livelli distinti: da una parte il dato testuale, dall'altra il modello interpretativo costruito per spiegarlo.


«Tu arrivi a dire: "Per chi conosce un po' i metodi di ricerca, si procede in questo modo: si costruiscono modelli interpretativi che cercano di spiegare il maggior numero possibile di dati disponibili". Questo è l'errore più grande. Come lo costruisci un modello interpretativo? Sarebbe come scrivere un modello della Divina Commedia e poi spiegarla. L'ermeneutica non nasce a priori, ma solo dal testo dopo averlo studiato.»



Qui, però, non vedo l'errore che mi attribuisci. Io ho scritto che si costruiscono modelli interpretativi per spiegare il maggior numero possibile di dati disponibili. Il punto è proprio questo: il modello nasce dai dati, non li precede.

Per "modello" si intende una ricostruzione ipotetica e coerente che cerca di spiegare un insieme di dati testuali che, considerati singolarmente, non sono sufficienti a ricostruire il contesto storico di produzione di un’opera.

Il procedimento, in sintesi, potrebbe essere questo nel nostro caso:
si analizza il testo;
si individuano i dati linguistici, narrativi, teologici, redazionali e storici;
si confrontano questi dati con le altre fonti disponibili;
solo a questo punto si formula un'ipotesi che riesca a spiegarli nel modo più coerente possibile.

Per questo il paragone con la Divina Commedia non mi sembra pertinente. Nessuno scrive prima un modello e poi forza il testo a entrarvi. Così come l’ermeneutica nasce dal testo. . il modello viene elaborato dopo l'analisi del testo, proprio per spiegare nel modo più coerente possibile i dati che il testo stesso mette a disposizione. In questo consiste il metodo storico-critico.

L'ermeneutica, nasce effettivamente dal testo, ma il modello interpretativo rappresenta il passaggio successivo: non sostituisce l'ermeneutica, bensì organizza i risultati dell'analisi in una ricostruzione storica coerente.

non vedo il motivo per il quale si debbano cestinare dei metodi scientifici ben strutturati,

Se proprio vuoi vedere degli elementi fuorvianti, dovresti iniziare dal titolo di questa discussiione. Ne sei proprio sicuro che ci sia continuità? prova a chiedere cosa ne pensano altri utenti.

Altri dati fuorvianti sono i termini che hai utilizzato nel tuo esordio in questa discussione, quando hai parlato di “cugino di” e di paternità prestabilita ancor prima di dimostrare tutti questi aspetti.
Per utilizzare la classica frase che solitamente scrivi ad altri utenti, hai messo il carro davanti ai buoi :-) :-) :-)
Per me contano i documenti scritti perchè li possa verificare. "Ora i bereani .. accolsero il messaggio con grande entusiasmo e esaminarono ogni giorno le Scritture per vedere se questi insegnamenti erano veri". Atti 17:11 BSB
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da AEnim »

Gianni ha scritto: martedì 30 giugno 2026, 16:07
Non mi dilungo volutamente nello spiegarli ad uno ad uno: era solo per dire quanto sia complessa la questione dei metodi.
Non ti preoccupare, penso io a documentarmi su tutti.

Gianni ha scritto: martedì 30 giugno 2026, 16:07 Domattina, cara AEnim, a Dio piacendo troverai nel sito di biblistica.it il nuovo numero della rivista Ricerche Bibliche, di cui ti segnalo lo studio L’autore del cosiddetto «quarto Vangelo», in cui c’è la prova che Giovanni era cugino di Yeshùa e, soprattutto, che è l’autore dell’omonimo scritto. Chi è iscritto alla newsletter del sito ne riceverà automaticamente comunicazione.[/size][/TimesNewRoman]
Lo leggerò.


Per quanto mi riguarda il Metodo da te utilizzato sembra essere ciò che potremmo chiamare esegesi canonica (cioè alla luce dell'intero canone biblico) non confessionale.

Con questa espressione intendo queste tre cose

1) La Bibbia come unità canonica coerente

Il punto di partenza è che il canone biblico venga considerato un insieme interpretativamente coerente.

Questo comporta che:

-il testo biblico abbia un’autorità primaria come fonte interpretativa;
- i concetti vengano analizzati attraverso il loro uso interno al canone;
-si privilegi la coerenza semantica interna rispetto a fonti esterne.

In altre parole: il testo è il primo e principale contesto di sé stesso.

2) Metodo di lettura: dal testo al significato

L’approccio segue una sequenza abbastanza definita:
Filologia > Esegesi > Ermeneutica

Filologia: cosa dice il testo
(stabilire il testo, lingua, grammatica, lessico, varianti, uso delle parole)

Esegési: cosa significa nel suo contesto
(struttura, genere letterario, destinatari, coerenze interne, riferimenti culturali)

Ermeneutica: cosa comunica nel quadro più ampio?
(significato teologico, sviluppo delle idee, rapporto con altri testi)

In questo schema, il movimento principale va dal testo verso la teoria interpretativa, non viceversa.

3) Rapporto con la letteratura accademica

La letteratura scientifica è presente, ma non ha valore fondativo.
È usata come interlocutore critico, non come autorità normativa.
In questo senso si evita l’argumentum ad auctoritatem: le conclusioni non dipendono dal prestigio dello studioso, ma dalla tenuta dell’analisi testuale.
La storia e il contesto esterno sono utili, ma non determinano il significato del testo.


Implicazione metodologica

La differenza rispetto a un approccio accademico classico non riguarda la serietà dell’analisi, ma l’ordine delle priorità:

nel metodo canonico: il modello interpretativo emerge dal testo;
nel metodo storico-critico: il modello storico orienta la lettura del testo.

Nota finale

Questo tipo di approccio è vicino alla filologia classica (tipo il modo in cui si affronterebbe il corpus di Platone o di Aristotele) nel senso che lavora prima sul testo e sul suo sistema interno prima di costruire interpretazioni esterne.


Ti sembra una descrizione del metodo che utilizzi e nella quale ti riconosci?
Naturalmente è solo un mio tentativo di ricostruirlo dall'esterno, quindi correggimi dove ritieni che abbia frainteso.



C'è però un punto sul quale mi piacerebbe capire meglio il tuo pensiero, perché è quello che ancora non riesco a ricostruire.

Molti ti collocano agli estremi: c'è chi legge il tuo metodo come una forma di sola Scriptura di matrice protestante, e chi invece ti rimprovera di non essere abbastanza "credente". A me sembra che la questione sia un'altra e riguardi il metodo.

Il punto che non riesco ancora a comprendere è questo.

I testi biblici sono stati composti in epoche diverse, da autori diversi, in contesti diversi e presentano anche sviluppi linguistici e teologici differenti. È vero che il canone crea un insieme e che esistono fili conduttori, ma questo non coincide necessariamente con l'unità di composizione di un'opera come i dialoghi di Platone o la Guerra del Peloponneso.

Per questo mi chiedo: qual è il fondamento metodologico che ti porta a considerare l'intero canone come il contesto privilegiato per determinare il significato di un termine o di un concetto?

In altre parole, ciò che vorrei capire è se questo principio derivi da un argomento filologico, da una scelta ermeneutica oppure da un presupposto diverso.
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Gianni
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da Gianni »

Cara AEnim, non mi dispiace affatto la definizione che tu dai al mio modo di approcciarmi al testo biblico, ovvero: esegesi alla luce dell'intero canone biblico non confessionale.
Hai arguito con acume tre componenti, così da te definite:

1) La Bibbia come unità canonica coerente
2) Metodo di lettura: dal testo al significato
3) Rapporto con la letteratura accademica

Sul punto 1) concordo sul fatto che «il testo è il primo e principale contesto di sé stesso», aggiungendo però che conta anche il contesto culturale della regione geografica in cui era inserita Israele.
Solo così si può spiegare, ad esempio, perché nell’antropologia biblica viene trascurato il fegato o il perché della strana norma di non cuocere il capretto nel latte di sua madre.

Sul punto 2), più che «dal testo al significato», direi dal significato al senso. Per il significato basta il vocabolario, ma per il senso occorre uno studio particolare. Ad esempio, il cuore è il cuore, ma nella Bibbia prende il posto di quella che noi occidentali chiamiamo mente.

Sul punto 3) dici più che bene: «La letteratura scientifica è presente, ma non ha valore fondativo». Essendo essa del tutto postuma, non ha valore probatorio, ma – al massimo – di confronto. Qui vale la regolare ermeneutica generale che troviamo in 1Ts 5:21 e quella ermeneutica generale che troviamo in At 17:11b.

Tu dici poi che molti mi collocano agli estremi: da una forma di sola Scriptura di matrice protestante, a chi invece mi rimprovera di non essere abbastanza «credente». Ti rispondo richiamandomi ad una tua stessa definizione: «non confessionale». Tu dici che a te sembra che «la questione sia un'altra e riguardi il metodo». In questo caso, AEnim, più che di metodo parlerei di impostazione. Mi spiego. Sono assolutamente credente: credo nel Dio Uno e Unico di Israele e accolgo la Bibbia come sua Parola scritta. Ma rifiuto ogni religione. Ritengo che ogni religione sia un tentativo umano di risalire a Dio; la Verità segue però il percorso inverso: da Dio all’umanità. Le cosiddette religioni cristiane sono tra le peggiori: la madre di tutte nasce nel quarto secolo a Roma attraverso l’abile mossa politica di Costantino, il quale unì il paganesimo ad un «cristianesimo» ormai apostata. Il protestantesimo è una sua derivazione, la quale mantenne le dottrine pagane romane.

Questa tua osservazione è interessante: «I testi biblici sono stati composti in epoche diverse, da autori diversi, in contesti diversi e presentano anche sviluppi linguistici e teologici differenti. È vero che il canone crea un insieme e che esistono fili conduttori, ma questo non coincide necessariamente con l'unità di composizione».
È vero, AEnim, che nella Scrittura troviamo … come dire … un’evoluzione. Un esempio per tutti: la retribuzione. Nelle Scritture Ebraiche la retribuzione fu inizialmente intesa in senso collettivo, poi in senso più individuale (pur rimanendo sempre nella sfera terrestre). La retribuzione per il bene ed il male era sempre vista come attuata sulla terra. Solo a partire dalla prima metà del 2° secolo E. V. iniziò a manifestarsi la credenza di sanzioni spirituali ed eterne. Ma – lo si noti bene -, siamo nel secondo secolo dell’Era Volgare. Tutta la Bibbia era già stata scritta, Yeshùa aveva compiuto il suo ministero ed era stato resuscitato, tutti gli apostoli erano già morti. Vuol dire questo che quelle credenze in un aldilà erano sbagliate? Non esattamente. Paolo parla chiaramente di un aldilà. Yeshùa stesso lo aveva prefigurato. Ma dal secondo secolo il sano insegnamento biblico fu inquinato da idee prese dal paganesimo, e s’inquinò sempre più fino all’attuale degenerazione cattolica che cataloga l’aldilà in infermo, purgatorio e paradiso.

Venendo alla questione che più sembra interessarti, posso dirti di me questo: sono un credente convinto e accetto la Sacra Scrittura come ispirata dal Dio Uno e Unico di Israele. Semplificando, possiamo dire che Dio parla all’essere umano alla maniera umana. La lingua e le espressioni sono quelle degli agiografi ebrei; una volta ricevuto il messaggio divino, ciascun agiografo lo esprime con i mezzi che ha: accanto al colto Isaia troviamo così il rozzo e bovaro Amos. Dio parlò “anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti”. - Eb 1:1.

È un piacere, cara AEnim, questo scambio di opinioni. Hai toccato molte questioni, perfino alcune che implicano la filosofia teoretica. Possiamo, se credi, passare direttamente ad analizzare qualche testo biblico. Se poi vuoi usarmi una cortesia, mi sarebbe utile mantenerci sul testo giovanneo, di cui mi sto occupando a fondo. Un confronto con te, così come con altri, mi aiuterebbe ad affinare la ricerca, perché per me ogni obiezione è un regalo.
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da marco »

Caro Gianni, alcune precisazioni.

Ho fatto copia/incolla dal sito LaParola.net senza tanto badare alla versione. Mi interessava altro, quello che tu neanche hai commentato.

Sulla questione della resurrezione di Gesù in altre parti della Scrittura si legge che fu Dio a compiere quell’atto. In Giovanni, guarda caso, si legge questo: Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».
Vero è che il comando lo ha ricevuto dal Padre ma per Giovanni il potere di riprendersela è nelle mani di Gesù. La netta separazione tra Dio e Gesù in Giovanni è molto labile. Il loro rapporto è quasi simbiotico. Il suo vangelo è pieno zeppo di allusioni Divine.

Non ho avuto rivelazioni personali. L'esperienza di cui parlavo non era mistica ma riferita al quotidiano. Più osservo il comportamento umano, tanto più mi appare evidente la Divinità di Gesù.
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da Gianni »

Caro Marco, se vuoi analizzare i passi biblici possiamo farlo, magari iniziando da quello che hai citato. Però, per cortesia, fallo ponendo una domanda, ad esempio: Come va inteso il passo di Gv 10:17,18?

Se hai già la risposta senza porre la domanda, non serve a nulla l'analisi biblica, perchè non c'è analisi ma solo un'affermazione da chiesa.
marco
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Re: Continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche

Messaggio da marco »

Caro Gianni, accetto con piacere il tuo invito. Però ti assicuro che da parte mia non c’è una risposta che difendo a priori. Vorrei però vedere in te la stessa disponibilità che mi chiedi. Nei tuoi vari commenti leggo una forte presa di posizione, talmente forte, da farmi dubitare sulla tua buona fede. Nel senso che, come un religioso fa apologia alla sua causa, anche tu fai lo stesso. Ti sei dato una missione e da uomo colto quale sei ti riesce facile trovare sempre la quadra.

Gesù è un vero enigma. Duemila anni fa è successo qualcosa di veramente stupefacente che, secondo me, neanche gli Apostoli hanno realmente compreso. Gesù, per come ci viene raccontato, parlava un linguaggio poco familiare, quasi sibillino. Si ritirava sempre in preghiera in luoghi solitari. E’ bastato che li chiamasse per nome che come zombie lo seguissero per anni. Sono rimasti calamitati a lui anche se non compresero quasi nulla durante la sua missione. Questo risulta evidente dalla lettura della Scrittura. Era sempre lui a chiede alle persone cosa pensassero di lui. Ponzio Pilato lo chiama Re e lui risponde: Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto? Quando chiedeva agli Apostoli cosa la gente diceva di lui, rispose: ma voi, chi dite che io sia? La mia risposta, quando leggo di Gesù, attraverso gli occhi degli Evangelisti è: tu sei Dio. La mia risposta non scaturisce dal credo religioso. Assolutamente, no!
Luca scrive una frase che presa così non dice molto: il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Sì vero, Zaccheo era molto probabilmente ebreo, quindi la frase trova subito il suo scopo e significato. Ma credo che ci sia la possibilità che, benchè Luca l’abbia scritta per questo motivo, nasconda una verità molto più importante che forse neanche Luca immaginava. E se fosse il Creatore stesso a cercare e salvare le sue creature? Lui in un certo senso ci ha condannati a questa esistenza. Immaginarlo non è blasfemia. Le Scritture non sono libri di scienza dove le parole hanno un solo significato. Il VT in rapporto al NT dimostra questo. Le profezie hanno molte possibilità interpretative. E se questo passo oltre al significato immediato contenesse anche la verità sulla natura di Gesù?
Chi può asserire con certezza matematica che la sua comprensione sul Cristo è quella giusta?

Spero che non te la prenderai troppo per ciò che ti ho scritto all'inizio. Lo penso e quindi è giusto che tu ne venga a conoscenza. Tu sai che ti stimo e ti rispetto. La mia permanenza sul forum lo dimostra.

Torniamo al passo di Gv 10,17-18. Come deve essere inteso?