Bene ho aperto una nuova cartella dove possiamo trattare questo interrogativo.
Dal precedente scambio di vedute con Gianni, su questo tema e non solo, non mi aspetto che si possa arrivare ad un punto di incontro. Leggiamo la stessa cosa ma arriviamo a comprendere, in questo caso soprattutto, due cose diametralmente opposte.
Chissà se intervenendo qualche utente si possa prospettare anche una terza posizione. Magari intermedia. Vedremo.
Ho riletto tutto il capitolo 4 di 1Pietro e credo sia possibile interpretare il versetto 16 diversamente da come finora fatto. La sofferenza di questi discepoli potrebbe non essere scaturita dall’essere burlati con quel nome ma da come gli altri giudicavano la condotta di vita cristiana. Guardate che non è così strana questa mia idea. Antiochia era famosa per essere libertina e peccaminosa. Guardando la condotta casta, pura e moralmente irreprensibile dei primi cristiani, loro sicuramente ne avevano una bassissima stima. A tal punto da denigrarli di continuo. Ripeto non per il nome ma per la condotta.
Riporto i tre versetti in cui compare la parola “cristiano”.
1) Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani. Atti 11,26
Luca, uomo sensibile e colto, se avesse ritenuto offensivo quel nome anche per rispetto di Gesù, non lo avrebbe inserito nel suo libro. In questo versetto non traspare minimamente l’aspetto burlesco nell’essere nominati cristiani.
2) E Agrippa a Paolo: «Per poco non mi convinci a farmi cristiano!» Atti 26,28
Anche l’ebreo Agrippa utilizza la parola “cristiano”. Non solo nella comunità di Antiochia, ma a quanto pare si era diffusa e accettata anche in Giudea. Il re Agrippa non ha trovato altri termini per descrivere la possibilità di convertirsi alle parole di Paolo. E non credo abbia utilizzato l'ironia con Paolo dato che lo avrebbe voluto liberare. Forse nutriva stima per Paolo o almeno per la sua loquela.
3) Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome. 1Pt 4,16
Il contesto del capito 4 descrive la sofferenza di Cristo e l’imitazione del discepolo. Di questa imitazione il cristiano non deve vergognarsi, non deve arrossire se viene scoperto ad agire come comanda Cristo.
La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
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Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
La parola “cristiano” si è diffusa con molta rapidità nel mondo allora conosciuto. Piaceva ai delatori e alle vittime.
Eh sì, in quel tempo, essere discepoli di Cristo significava sperimentare sulla propria pelle i più cupi sentimenti umani: odio, rabbia, ira e vendetta. Questi sentimenti scaturivano dall’animo di uomini perversi, completamente assoggettai alle pratiche idolatriche e libertine, in una società immorale molto simile a quella attuale, che osservando le pratiche caste e pure di questi uomini seguaci di Cristo non potevano che bramare odio.
Questa reazione la si nota anche adesso ogni volta che il male si scontra con il bene. Un esempio su tutto e mi fermo qui: l’aborto. Avete sicuramente visto in TV la rabbia di coloro che difendono questa “libertà”: occhi inferociti, bocche spalancate e braccia alzate contro i passeggini. Questa pratica era diffusa tra i pagani e ovviamente osteggiata dai cristiani. Nella Didachè (insegnamento o dottrina dei Dodici Apostoli) la pratica dell’aborto è vietata e descritta in due passi in questo modo: Non ucciderai un bambino per mezzo dell’aborto, né ucciderai quello che è nato (2,2); Uccisori di bambini, distruttori dell’opera di Dio (5,2).
Tacito scrisse nei suoi Annali che Nerone incolpò i cristiani del famoso rogo di Roma, scrivendo queste lapidari parole: Quelli che il popolo chiamava cristiani, odiati per le loro nefandezze.
Erano queste le nefandezze praticate dai cristiani: non offrivano doni agli dei, non praticavano l’immoralità sessuale, fedeli ai propri coniugi, amavano i poveri e gli schiavi, considerandoli loro fratelli (questo andava contro il sistema sociale dell’epoca).
Tutto questo per dimostrare che l’ostilità che ricevevano quotidianamente i cristiani era una sofferenza per l’animo. Pietro riconosce questo tormento dell’anima e lo elogia, incitando i cristiani a glorificare Dio nella sofferenza a modello del loro Maestro.
Ignazio di Antiochia già nel 100 d.C utilizza più volte la parola “cristiano” e “cristianesimo” quindi qualsiasi fosse la sua genesi non importa, è risultato il sistema migliore per qualificare coloro che sono i seguaci di Gesù.
La storia lo conferma.
Eh sì, in quel tempo, essere discepoli di Cristo significava sperimentare sulla propria pelle i più cupi sentimenti umani: odio, rabbia, ira e vendetta. Questi sentimenti scaturivano dall’animo di uomini perversi, completamente assoggettai alle pratiche idolatriche e libertine, in una società immorale molto simile a quella attuale, che osservando le pratiche caste e pure di questi uomini seguaci di Cristo non potevano che bramare odio.
Questa reazione la si nota anche adesso ogni volta che il male si scontra con il bene. Un esempio su tutto e mi fermo qui: l’aborto. Avete sicuramente visto in TV la rabbia di coloro che difendono questa “libertà”: occhi inferociti, bocche spalancate e braccia alzate contro i passeggini. Questa pratica era diffusa tra i pagani e ovviamente osteggiata dai cristiani. Nella Didachè (insegnamento o dottrina dei Dodici Apostoli) la pratica dell’aborto è vietata e descritta in due passi in questo modo: Non ucciderai un bambino per mezzo dell’aborto, né ucciderai quello che è nato (2,2); Uccisori di bambini, distruttori dell’opera di Dio (5,2).
Tacito scrisse nei suoi Annali che Nerone incolpò i cristiani del famoso rogo di Roma, scrivendo queste lapidari parole: Quelli che il popolo chiamava cristiani, odiati per le loro nefandezze.
Erano queste le nefandezze praticate dai cristiani: non offrivano doni agli dei, non praticavano l’immoralità sessuale, fedeli ai propri coniugi, amavano i poveri e gli schiavi, considerandoli loro fratelli (questo andava contro il sistema sociale dell’epoca).
Tutto questo per dimostrare che l’ostilità che ricevevano quotidianamente i cristiani era una sofferenza per l’animo. Pietro riconosce questo tormento dell’anima e lo elogia, incitando i cristiani a glorificare Dio nella sofferenza a modello del loro Maestro.
Ignazio di Antiochia già nel 100 d.C utilizza più volte la parola “cristiano” e “cristianesimo” quindi qualsiasi fosse la sua genesi non importa, è risultato il sistema migliore per qualificare coloro che sono i seguaci di Gesù.
La storia lo conferma.
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Gianni
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Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
Caro Marco, hai citato gli unici passi biblici in cui compare la parola “cristiani/cristiano” e la tua trattazione non aggiunge nulla di nuovo a ciò che comunemente si pensa.
Intanto ho una domanda: se quella parola è, come tu l’hai definita «gloria di Dio», perché l’evangelista Luca non la usa? In Atti, prima di riferire che “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (11:26), Luca ha sempre usato il termine “discepoli”. Ora, se come dice la TNM, che stravolge il testo biblico, “i discepoli furono per volontà divina chiamati cristiani”, perché Luca continua poi ad usare il consueto termine “discepoli”? Forse che non si attenne alla «volontà divina»? Forse che trascurò del tutto la «gloria di Dio». Atti 11:26 non segna uno spartiacque. Fino a 11:26 Luca li chiama “discepoli”, e dopo – fino alla fine (28:31) continua a chiamarli “discepoli”, in tutto una trentina di volte.
Sebbene non sia un’argomentazione, si provi sentire l’effetto che fa l’uso del termine “cristiani” al di fuori dell’evento antiocheno. Subito dopo aver riferito che “ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani” (11:26), al successivo v. 29 Luca scrive: “I discepoli decisero allora di […]”. Ora si provi a leggere così: «I cristiani decisero allora di […]». Avvertite la stonatura? Ciò vale in tutti i passi lucani in cui appare la parola “discepoli” dopo 11:26. Come detto, non è una dimostrazione, ma solo una verifica della sensazione che fa. Una cosa rimane certa: Luca non adotta il termine “cristiani” e non lo usa mai.
Si noti poi che Luca dice che ad Antiochia “i discepoli furono chiamati [χρηματίσαι (chematìsai)] cristiani”, col verbo al passivo. “Furono chiamati”. Da chi? Il testo non lo dice esplicitamente, ma il contesto e l'analisi linguistica permettono di dedurlo. Il testo, usando il passivo, indica un'origine esterna. Il termine è un latinismo: christianus è formato sul modello di caesarianus (seguaci di Cesare) o pompeianus (seguaci di Pompeo). I pagani di Antiochia, città cosmopolita e romana, sono i più indiziati nella coniatura di questo soprannome per indicare i seguaci di "Cristo" come una fazione o setta. Soprattutto, Luca non dice che «ad Antiochia, per la prima volta, noi discepoli ci chiamammo cristiani».
Antiochia era la terza città dell'Impero Romano (dopo Roma e Alessandria), un crocevia di culture, lingue e religioni. Qui la comunità dei discepoli di Yeshùa era composta da giudei e gentili convertiti, e la predicazione si svolgeva in greco. In questo ambiente cosmopolita era naturale che nascesse un termine greco-latino per designare i seguaci di Yeshùa. Il testo di Atti 11:26 non specifica chi coniò il termine, tuttavia, la forma passiva del verbo e il contesto storico suggeriscono che furono i pagani di Antiochia (o l'ambiente greco-romano in generale) a chiamare per la prima volta i discepoli “cristiani”. Il termine nacque come etichetta esterna, con una sfumatura dispregiativa o canzonatoria. Nulla a che fare con la «volontà divina» o la «gloria di Dio».
Il passo di At 26:28 è un capolavoro di diplomazia. Sono passati circa quattordici anni da quell’avvenimento di Antiochia: siamo nel 58 circa della nostra era, molti anni dopo la morte di Yeshùa. L’apostolo Paolo si trova a Cesarea, prigioniero davanti al re Erode Agrippa, e ha appena terminato di dare la sua testimonianza di fede. “Agrippa disse a Paolo: «Con così poco vorresti persuadermi a diventare cristiano?». E Paolo: «Piacesse a Dio che, con poco o con molto, non solamente tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventaste tali, quale sono io, all'infuori di queste catene»” (At 26:28,29). Notiamo subito che ad usare questo termine di “cristiano” è, ancora una volta, qualcuno che non è un discepolo di Yeshùa. Evidentemente, quel modo di chiamare i discepoli, iniziato ad Antiochia, era diventato un modo comune di riferirsi a loro da parte della gente (al di fuori della congregazione). Ora lo usa perfino il re Agrippa. È però molto interessante notare come si comporta Paolo. Qui Paolo dà prova di grande abilità e di tatto. Non si ferma a cogliere l’ironia di Agrippa né la contesta, ma – desideroso di continuare la sua testimonianza – schiva elegantemente quell’appellativo di “cristiano” e nella sua risposta lo sostituisce con un “quale sono io”.
Della terza occorrenza (1Pt 4:16) abbiamo già trattato. Sottolineo solo che non può contraddire le altre due.
In tutte le Scritture Greche i credenti in Yeshùa sono sempre chiamati “discepoli”, anche dopo che fu affibbiato loro l’appellativo di “cristiani”. Essi non usarono mai tra loro il termine di “cristiani”, ma lo subirono.
Solo per la cronaca: Erode Agrippa II (pronipote di Erode il Grande), che tu definisci ebreo, era considerato un giudeo, ma la sua identità era complessa ed univa l'ebraismo a una profonda impronta araba e romana; dal punto di vista etnico, la dinastia erodiana aveva origini idumee (un popolo convertito all'ebraismo) e nabetee/arabe. Tuttavia, Agrippa II vantava anche una certa discendenza ebraica, perché la sua bisnonna era Mariamne, una principessa della dinastia dei Maccabei.
Intanto ho una domanda: se quella parola è, come tu l’hai definita «gloria di Dio», perché l’evangelista Luca non la usa? In Atti, prima di riferire che “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (11:26), Luca ha sempre usato il termine “discepoli”. Ora, se come dice la TNM, che stravolge il testo biblico, “i discepoli furono per volontà divina chiamati cristiani”, perché Luca continua poi ad usare il consueto termine “discepoli”? Forse che non si attenne alla «volontà divina»? Forse che trascurò del tutto la «gloria di Dio». Atti 11:26 non segna uno spartiacque. Fino a 11:26 Luca li chiama “discepoli”, e dopo – fino alla fine (28:31) continua a chiamarli “discepoli”, in tutto una trentina di volte.
Sebbene non sia un’argomentazione, si provi sentire l’effetto che fa l’uso del termine “cristiani” al di fuori dell’evento antiocheno. Subito dopo aver riferito che “ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani” (11:26), al successivo v. 29 Luca scrive: “I discepoli decisero allora di […]”. Ora si provi a leggere così: «I cristiani decisero allora di […]». Avvertite la stonatura? Ciò vale in tutti i passi lucani in cui appare la parola “discepoli” dopo 11:26. Come detto, non è una dimostrazione, ma solo una verifica della sensazione che fa. Una cosa rimane certa: Luca non adotta il termine “cristiani” e non lo usa mai.
Si noti poi che Luca dice che ad Antiochia “i discepoli furono chiamati [χρηματίσαι (chematìsai)] cristiani”, col verbo al passivo. “Furono chiamati”. Da chi? Il testo non lo dice esplicitamente, ma il contesto e l'analisi linguistica permettono di dedurlo. Il testo, usando il passivo, indica un'origine esterna. Il termine è un latinismo: christianus è formato sul modello di caesarianus (seguaci di Cesare) o pompeianus (seguaci di Pompeo). I pagani di Antiochia, città cosmopolita e romana, sono i più indiziati nella coniatura di questo soprannome per indicare i seguaci di "Cristo" come una fazione o setta. Soprattutto, Luca non dice che «ad Antiochia, per la prima volta, noi discepoli ci chiamammo cristiani».
Antiochia era la terza città dell'Impero Romano (dopo Roma e Alessandria), un crocevia di culture, lingue e religioni. Qui la comunità dei discepoli di Yeshùa era composta da giudei e gentili convertiti, e la predicazione si svolgeva in greco. In questo ambiente cosmopolita era naturale che nascesse un termine greco-latino per designare i seguaci di Yeshùa. Il testo di Atti 11:26 non specifica chi coniò il termine, tuttavia, la forma passiva del verbo e il contesto storico suggeriscono che furono i pagani di Antiochia (o l'ambiente greco-romano in generale) a chiamare per la prima volta i discepoli “cristiani”. Il termine nacque come etichetta esterna, con una sfumatura dispregiativa o canzonatoria. Nulla a che fare con la «volontà divina» o la «gloria di Dio».
Il passo di At 26:28 è un capolavoro di diplomazia. Sono passati circa quattordici anni da quell’avvenimento di Antiochia: siamo nel 58 circa della nostra era, molti anni dopo la morte di Yeshùa. L’apostolo Paolo si trova a Cesarea, prigioniero davanti al re Erode Agrippa, e ha appena terminato di dare la sua testimonianza di fede. “Agrippa disse a Paolo: «Con così poco vorresti persuadermi a diventare cristiano?». E Paolo: «Piacesse a Dio che, con poco o con molto, non solamente tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventaste tali, quale sono io, all'infuori di queste catene»” (At 26:28,29). Notiamo subito che ad usare questo termine di “cristiano” è, ancora una volta, qualcuno che non è un discepolo di Yeshùa. Evidentemente, quel modo di chiamare i discepoli, iniziato ad Antiochia, era diventato un modo comune di riferirsi a loro da parte della gente (al di fuori della congregazione). Ora lo usa perfino il re Agrippa. È però molto interessante notare come si comporta Paolo. Qui Paolo dà prova di grande abilità e di tatto. Non si ferma a cogliere l’ironia di Agrippa né la contesta, ma – desideroso di continuare la sua testimonianza – schiva elegantemente quell’appellativo di “cristiano” e nella sua risposta lo sostituisce con un “quale sono io”.
Della terza occorrenza (1Pt 4:16) abbiamo già trattato. Sottolineo solo che non può contraddire le altre due.
In tutte le Scritture Greche i credenti in Yeshùa sono sempre chiamati “discepoli”, anche dopo che fu affibbiato loro l’appellativo di “cristiani”. Essi non usarono mai tra loro il termine di “cristiani”, ma lo subirono.
Solo per la cronaca: Erode Agrippa II (pronipote di Erode il Grande), che tu definisci ebreo, era considerato un giudeo, ma la sua identità era complessa ed univa l'ebraismo a una profonda impronta araba e romana; dal punto di vista etnico, la dinastia erodiana aveva origini idumee (un popolo convertito all'ebraismo) e nabetee/arabe. Tuttavia, Agrippa II vantava anche una certa discendenza ebraica, perché la sua bisnonna era Mariamne, una principessa della dinastia dei Maccabei.
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marco
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Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
Caro Gianni, sai bene che un azione, una scelta o anche una semplice parola possono diventare a gloria di Dio. Attraverso queste situazioni (azioni, scelte o parole) Dio viene onorato.
La parola “cristiano” altrochè è a gloria di Dio.
Si arriverà a sostituire discepolo di Cristo con cristiano già alla fine del primo secolo.
Ignazio di Antiochia, nel 100d.C, utilizza nelle sue lettere la parola cristiano senza vederci nulla di male.
Mi domando: se i seguaci di Cristo avessero considerato la parola cristiano in maniera negativa l’avrebbero mai utilizzata per se stessi, soprattutto per riguardo a Gesù?
Credo di no.
«È conveniente non soltanto essere chiamati cristiani, ma esserlo realmente». Lettera ai Magnesiaci cap.4
«Prego che non soltanto io sia chiamato cristiano, ma che sia anche trovato tale» Lettera ai Romani cap3
La parola “cristiano” altrochè è a gloria di Dio.
Perché predilige i termini già in uso all'interno delle comunità. Nulla di strano. Era più consono chiamarsi in un certo modo che in un altro. Ma certamente Luca non vedeva nella parola “cristiano” la negatività che tu vedi. Infatti la cita con dignità nei suoi scritti.
Si arriverà a sostituire discepolo di Cristo con cristiano già alla fine del primo secolo.
Ignazio di Antiochia, nel 100d.C, utilizza nelle sue lettere la parola cristiano senza vederci nulla di male.
Mi domando: se i seguaci di Cristo avessero considerato la parola cristiano in maniera negativa l’avrebbero mai utilizzata per se stessi, soprattutto per riguardo a Gesù?
Credo di no.
«È conveniente non soltanto essere chiamati cristiani, ma esserlo realmente». Lettera ai Magnesiaci cap.4
«Prego che non soltanto io sia chiamato cristiano, ma che sia anche trovato tale» Lettera ai Romani cap3
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marco
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Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
Aggiungo che la data più probabile della stesura di Atti è intorno all'80-90 d.C.
Quindi Luca sentiva che questo nome cresceva e cominciava a sostituire i vecchi termini (discepolo, seguace) e ritenne saggio inserirlo nel suo libro.
Quindi Luca sentiva che questo nome cresceva e cominciava a sostituire i vecchi termini (discepolo, seguace) e ritenne saggio inserirlo nel suo libro.
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Gianni
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Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
Caro Marco, la risposta che dai alla domanda sul perché Luca non usa in termine “cristiano” è contraddittoria. Tu dici: «Perché predilige i termini già in uso all'interno delle comunità. Nulla di strano». Sai cosa è strano? Che tu prima dica che quella parola è a gloria di Dio (concetto che mai si trova nelle Scritture) e poi che abbia scelto il termine già in uso. E qui torna la domanda: forse che Luca non diede gloria a Dio?
E poi cosa c’entra Dio e la Sua gloria con quella parola che indica – alla pari del termine “erodiani” – i seguaci di qualcuno? Dire “cristiani” è come dire “untuani” (cristo = unto).
La stesura di Atti non fu completata intorno all'80-90, ma verso il 61 (Atti narra i fatti degli apostoli dalla morte di Yeshùa fino al 61 circa).
Quanto ad Ignazio di Antiochia, fu il primo autore della letteratura patristica in cui la parola “cristiano” (christianós) smise di essere un'etichetta esteriore e diventò un'identità religiosa. Siamo all’inizio del secondo secolo e la chiesa primitiva, quella vera fondata da Yeshùa, si avviava all’apostasia (come predetto da Paolo).
Tu lo citi come prova, ma non ti rendi conto di cosa. Se con lui il termine diventa religioso, non rifletti sul fatto che prima non lo era? In più, Ignazio usava la parola "cristiano" per tracciare una netta distinzione identitaria soprattutto rispetto al giudaismo.
A me personalmente, per ignorarlo basta sapere che Ignazio è annoverato tra i cosiddetti «Padri della Chiesa» e che la Chiesa Cattolica lo fece «santo».
E poi cosa c’entra Dio e la Sua gloria con quella parola che indica – alla pari del termine “erodiani” – i seguaci di qualcuno? Dire “cristiani” è come dire “untuani” (cristo = unto).
La stesura di Atti non fu completata intorno all'80-90, ma verso il 61 (Atti narra i fatti degli apostoli dalla morte di Yeshùa fino al 61 circa).
Quanto ad Ignazio di Antiochia, fu il primo autore della letteratura patristica in cui la parola “cristiano” (christianós) smise di essere un'etichetta esteriore e diventò un'identità religiosa. Siamo all’inizio del secondo secolo e la chiesa primitiva, quella vera fondata da Yeshùa, si avviava all’apostasia (come predetto da Paolo).
Tu lo citi come prova, ma non ti rendi conto di cosa. Se con lui il termine diventa religioso, non rifletti sul fatto che prima non lo era? In più, Ignazio usava la parola "cristiano" per tracciare una netta distinzione identitaria soprattutto rispetto al giudaismo.
A me personalmente, per ignorarlo basta sapere che Ignazio è annoverato tra i cosiddetti «Padri della Chiesa» e che la Chiesa Cattolica lo fece «santo».
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marco
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Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
Caro Gianni, mi dispiace leggere quanto astio e rancore serbi in cuor tuo per gli uomini della Chiesa Cattolica. Chi non ha peccato scagli la prima pietra diceva uno che ne sapeva molto di giustizia di Dio.
Il peccato di questi uomini è forse l’essersi allontanati dalla radice?
Hai vissuto tu quei tempi di cui critichi le scelte fatte da quegli uomini?
Conosci le pressioni sataniche a cui sono stati sottoposti?
Sono uomini figli del tempo che hanno scelto di abbandonare i loro idoli per accettare Dio. Lo hanno fatto commettendo possibilmente qualche errore dottrinale, separandosi dalla radice, ma sempre a gloria di Dio. Ignazio è stato un uomo che ha lottato buona parte della sua vita per difendere il Vangelo ed è finito masticato dalle bestie feroci.
La croce simbolo di tortura e morte, di goduria per alcune persone, per di più pagana di concezione e fabbricazione è diventata il segno della gloria del Dio di Israele; Lui che comandava di non toccare nulla di impuro. Dio ha acconsentito che il sacrifico perfetto fosse offerto su un oggetto pagano dopo aver preteso per secoli la minuzia nei sacrifici anche tramite oggettistica selezionata.
Ora se un oggetto ripugnante come la croce sia stato capace di divenire strumento a gloria di Dio tu dici che una parola non lo possa essere?
La croce è diventata la manifestazione salvifica di Dio. (per i cristiani ovviamente, per chi non crede una stupidaggine).
La parola cristiano si è evoluta nell'espressione dell'appartenenza al Dio di Gesù, nel mondo. Vuoi o non vuoi da duemila anni i seguaci di Gesù si sono chiamati in questo modo e continueranno a chiamarsi tali.
Tutto ciò che porta al bene è a gloria di Dio. Ad onore di Dio.
Anche il tuo lavoro, caro Gianni, è a gloria di Dio.
Il peccato di questi uomini è forse l’essersi allontanati dalla radice?
Hai vissuto tu quei tempi di cui critichi le scelte fatte da quegli uomini?
Conosci le pressioni sataniche a cui sono stati sottoposti?
Sono uomini figli del tempo che hanno scelto di abbandonare i loro idoli per accettare Dio. Lo hanno fatto commettendo possibilmente qualche errore dottrinale, separandosi dalla radice, ma sempre a gloria di Dio. Ignazio è stato un uomo che ha lottato buona parte della sua vita per difendere il Vangelo ed è finito masticato dalle bestie feroci.
Caro Gianni, non si può restare vincolati al tempo e alle parole scritte duemila anni fa. Così se la parola cristiano non è espressamente descritta nelle Scritture a gloria di Dio, allora non lo è.Gianni ha scritto: ↑lunedì 12 ottobre 2026, 17:50 Che tu prima dica che quella parola è a gloria di Dio (concetto che mai si trova nelle Scritture) e poi che abbia scelto il termine già in uso. E qui torna la domanda: forse che Luca non diede gloria a Dio?
E poi cosa c’entra Dio e la Sua gloria con quella parola che indica – alla pari del termine “erodiani” – i seguaci di qualcuno? Dire “cristiani” è come dire “untuani” (cristo = unto).
La croce simbolo di tortura e morte, di goduria per alcune persone, per di più pagana di concezione e fabbricazione è diventata il segno della gloria del Dio di Israele; Lui che comandava di non toccare nulla di impuro. Dio ha acconsentito che il sacrifico perfetto fosse offerto su un oggetto pagano dopo aver preteso per secoli la minuzia nei sacrifici anche tramite oggettistica selezionata.
Ora se un oggetto ripugnante come la croce sia stato capace di divenire strumento a gloria di Dio tu dici che una parola non lo possa essere?
La croce è diventata la manifestazione salvifica di Dio. (per i cristiani ovviamente, per chi non crede una stupidaggine).
La parola cristiano si è evoluta nell'espressione dell'appartenenza al Dio di Gesù, nel mondo. Vuoi o non vuoi da duemila anni i seguaci di Gesù si sono chiamati in questo modo e continueranno a chiamarsi tali.
Tutto ciò che porta al bene è a gloria di Dio. Ad onore di Dio.
Anche il tuo lavoro, caro Gianni, è a gloria di Dio.
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Janira
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Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
Quando ho letto il titolo di questa discussione ho provato un senso di disagio, perchè mi ha ricordato tutta la rabbia e il disprezzo che provavo all'inizio dei miei studi biblici verso la Chiesa Cattolica. Grazie agli studi sulla Kabbalah ho cambiato decisamente posizione, ora la penso in modo molto simile a Marco. Infatti ora non credo più che la società umana possa in qualche modo impedire l'evoluzione della spiritualità così come il Creatore l'ha prevista. Se duemila anni fa è stata data una possibilità agli ebrei di tornare ad essere connessi nell'amore reciproco e invece hanno scelto l'odio con tutte le conseguenze del caso ( così insegnano Baal HaSulam e Rabash), probabilmente la nascita e lo sviluppo del Cristianesimo è servito a fare ciò che era necessario, diffondere la conoscenza della Torah e del Dio d'Israele. Se poi il Cristianesimo si è corrotto nei secoli così come le altre religioni, sicuramente in qualche modo il Creatore guiderà l’umanità verso lo scopo finale, con le buone o con le cattive.
Perciò credo che discutere cosa nel passato sia andato storto sia abbastanza inutile, soprattutto se non serve a migliorare se stessi per adeguarsi al piano del Creatore.
Perciò credo che discutere cosa nel passato sia andato storto sia abbastanza inutile, soprattutto se non serve a migliorare se stessi per adeguarsi al piano del Creatore.
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Gianni
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Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
Caro Marco, nessun astio e rancore per gli uomini della Chiesa Cattolica. Forse sei tu troppo accondiscendete.
In ogni caso, per favore, non dire che sono «uomini figli del tempo che hanno scelto di abbandonare i loro idoli per accettare Dio»: basta entrare in una chiesa qualsiasi per vedere quante statue e immagini ci sono, tutte oggetto di culto. Si sono anche inventati la parola “venerare” per evitare di dire adorare. Quanto a idolatria, i cattolici sono battuti solo dagli ortodossi.
A te che dici che «non si può restare vincolati al tempo e alle parole scritte duemila anni fa» faccio presente che i Comandamenti rimangono e che è un sacrilegio «adeguarli».
Non voglio però fare polemiche, Marco, per cui ti lascio alle tue convinzioni.
Ciò vale anche per Janira che condivide la posizione di Marco.
A voi e a tutti ricordo la profezia di Zaccaria 8:23: “Così parla il Signore degli eserciti: In quei giorni avverrà che dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni piglieranno un Giudeo per il lembo della veste e diranno: «Noi verremo con voi perché abbiamo udito che Dio è con voi»”.
In ogni caso, per favore, non dire che sono «uomini figli del tempo che hanno scelto di abbandonare i loro idoli per accettare Dio»: basta entrare in una chiesa qualsiasi per vedere quante statue e immagini ci sono, tutte oggetto di culto. Si sono anche inventati la parola “venerare” per evitare di dire adorare. Quanto a idolatria, i cattolici sono battuti solo dagli ortodossi.
A te che dici che «non si può restare vincolati al tempo e alle parole scritte duemila anni fa» faccio presente che i Comandamenti rimangono e che è un sacrilegio «adeguarli».
Non voglio però fare polemiche, Marco, per cui ti lascio alle tue convinzioni.
Ciò vale anche per Janira che condivide la posizione di Marco.
A voi e a tutti ricordo la profezia di Zaccaria 8:23: “Così parla il Signore degli eserciti: In quei giorni avverrà che dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni piglieranno un Giudeo per il lembo della veste e diranno: «Noi verremo con voi perché abbiamo udito che Dio è con voi»”.
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Janira
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- Iscritto il: giovedì 8 febbraio 2018, 15:13
Re: La parola "cristiano": parolaccia o gloria di Dio?
"I Comandamenti rimangono e che è un sacrilegio «adeguarli»."
Su questo Gianni siamo d'accordo, ma probabilmente la motivazione per cui pensiamo questo è diversa
I dieci comandamenti così come ogni singola parola della Torah non possono essere cambiati perché cambierebbe l'azione spirituale connessa a quelle parole.
Questo risponde ad un altro punto del messaggio di Aenim nella cartella Kabbalah, perciò approfondirò il commento lì.
Su questo Gianni siamo d'accordo, ma probabilmente la motivazione per cui pensiamo questo è diversa
I dieci comandamenti così come ogni singola parola della Torah non possono essere cambiati perché cambierebbe l'azione spirituale connessa a quelle parole.
Questo risponde ad un altro punto del messaggio di Aenim nella cartella Kabbalah, perciò approfondirò il commento lì.