Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Andrea Varxhetta
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da Andrea Varxhetta »

Marco, la tua risposta è teologicamente pericolosa perché frammenta l'Unità di D-o.
​La Grazia non esisteva? Affermare che la Grazia (Chesed) non esistesse al tempo della Toràh significa non aver letto le Scritture. In Esodo 34:6, HaShem si rivela a Mosè come 'D-o misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di Grazia (Chesed) e fedeltà'. La Grazia è l'attributo eterno di D-o, non un'invenzione del Nuovo Testamento. Dire che è apparsa dopo significa dire che il carattere di HaShem è mutato nel tempo.
​ Paragonare Ninive a Sodoma per sminuire il perdono di Giona è un errore logico. Sodoma fu distrutta perché non c'erano nemmeno dieci giusti; Ninive fu risparmiata senza sangue perché si pentirono. Se il perdono dipendesse dal sangue versato, Ninive avrebbe dovuto bruciare. Il fatto che sia stata salvata dimostra che il 'modo di agire di D-o' è sempre lo stesso, il pentimento basta.
Tu dici che la realtà spirituale non esisteva allora. Ma i Profeti non parlavano di favole. Quando Isaia vede il trono di D-o o quando Ezechiele vede il Carro, stanno accedendo a quella realtà spirituale che è eterna. L'idea che D-o abbia creato una 'nuova salvezza' perché la prima era solo per la terra è una dottrina ellenistica che nega la perfezione della Toràh.
​Caro Marco, se la Grazia non fosse esistita nella Toràh, Davide non avrebbe mai potuto scrivere il Salmo 51, dove chiede perdono non tramite sacrifici (v. 16: 'Tu non desideri sacrificio, altrimenti lo offrirei'), ma tramite un 'cuore rotto e contrito' (v. 17).
​La Bibbia è una. Se inventi due D-o diversi uno del sangue e della legge, e uno della grazia e del cielo, stai uscendo dal perimetro biblico per entrare nel Marcionismo. Io resto all'Unità della Fonte.
​Shalom."
marco
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da marco »

Caro Andrea, il concetto della vita eterna era quasi del tutto assente nella Torah, non nel profetismo.
Infatti i Sadducei, difensori della Torah, negavano l’esistenza della resurrezione.
Andrea Varxhetta
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da Andrea Varxhetta »

Caro Marco, tocchi un punto fondamentale della storia del pensiero ebraico. È vero che i Sadducei negavano la risurrezione, ma bisogna chiederci: era la Toràh a mancare di questa prospettiva, o era la loro interpretazione a essere limitata al piano politico e materiale?
​Yeshùa stesso affrontò questo argomento proprio con i Sadducei in Matteo 22:31-32. Egli non citò i Profeti, ma citò proprio la Toràh (Esodo 3:6) dicendo: 'Io sono il D-o di Abraamo, il D-o di Isacco e il D-o di Giacobbe. Egli non è il D-o dei morti, ma dei viventi'. Yeshùa dimostrò che la vita eterna è insita nella relazione eterna che D-o stabilisce con l'uomo. Se D-o si definisce D-o di persone defunte da secoli, significa che quelle persone sono vive davanti a Lui.
​Inoltre, il concetto di 'Vita' nella Toràh non è solo biologico. Quando leggiamo 'Scegli la vita' (Deuteronomio 30:19), il termine ebraico implica l'attaccamento alla Fonte della Vita, che è eterna per definizione. Il fatto che i Sadducei non lo vedessero non significa che non ci fosse; anche oggi molti leggono il testo e non ne colgono la profondità spirituale.
Dobbiamo stare attenti a non proiettare sul testo le nostre categorie moderne di 'aldilà'. Per la Toràh, la comunione con HaShem è la Vita, e questa comunione non può essere spezzata dalla morte fisica, perché D-o è Eterno.
​Restare fermi all'interpretazione sadducea significherebbe negare la profondità che lo stesso Yeshùa ha voluto riportare alla luce proprio partendo dai libri di Mosè.
​Shalom."
marco
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da marco »

Caro Andrea, sono a conoscenza del rimprovero di Gesù ai Sadducei, infatti ho scritto “era quasi del tutto assente nella Torah”.
animasalvata
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da animasalvata »

Io capisco una cosa. E’ vero che Dio chiede il pentimento però Dio fa cadere il castigo degli ingiusti su chi non lo merita. Altrimenti non spiego perché fa morire il figlio nato dall’adulterio di Davide, perché fa soffrire i giusti. Perché fa morire il giusto Nabot?
Andrea Varxhetta
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da Andrea Varxhetta »

animasalvata ha scritto: mercoledì 31 dicembre 2025, 22:01 Io capisco una cosa. E’ vero che Dio chiede il pentimento però Dio fa cadere il castigo degli ingiusti su chi non lo merita. Altrimenti non spiego perché fa morire il figlio nato dall’adulterio di Davide, perché fa soffrire i giusti. Perché fa morire il giusto Nabot?
Buongiorno.
Caro Animasalvata,
​le tue domande nascono da un’esigenza di giustizia umana che però, se applicata letteralmente al testo, rischia di farci perdere di vista la natura di D-o. Per rispondere da studiosi , dobbiamo distinguere tra la 'sentenza divina' e la 'realtà delle conseguenze' in un mondo dominato dal libero arbitrio.
​Se leggessimo la morte del figlio di Davide come un atto punitivo di D-o contro un innocente, negheremmo proprio quella Toràh che stiamo studiando. Ezechiele 18:20 è categorico, 'Il figlio non pagherà per l'iniquità del padre'. Quella narrazione non descrive una legge teologica di punizione, ma la cruda realtà di come il peccato umano rompa l'armonia della vita, generando onde d'urto che colpiscono tragicamente anche chi è vicino al colpevole.
​Nabot non muore per volontà di D-o, ma per il crimine di Izebel e l'avidità di Acab. Confondere l'ingiustizia umana con il castigo divino è un errore metodologico pericoloso. La Scrittura riporta questi fatti proprio per mostrarci che D-o non è un burattinaio che impedisce il male con la forza (annullando la nostra libertà), ma è Colui che invoca giustizia per Nabot attraverso la voce dei profeti.
​Quando parliamo di Chesed (Grazia), parliamo della natura eterna di D-o. Se l'uomo si allontana dalla Fonte della Vita tramite il peccato, la morte ne è la conseguenza naturale, non una 'multa' inflitta arbitrariamente. Il pentimento (Teshuvà) serve proprio a ricollegarsi a quella Fonte.
​Se usiamo le tragedie della storia per negare la Grazia, finiamo per servire un D-o che non è più l'Unico della torah , ma una proiezione delle nostre paure. La Bibbia non è un manuale di 'premi e punizioni' infantili, ma il racconto del faticoso cammino dell'uomo verso la responsabilità.
​Restiamo all'Unità della Fonte, le ombre del mondo sono prodotte dall'uomo, ma la Luce della Misericordia resta immutata.
​Shalom."
animasalvata
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da animasalvata »

Andrea Varxhetta ha scritto: giovedì 1 gennaio 2026, 9:59
animasalvata ha scritto: mercoledì 31 dicembre 2025, 22:01 Io capisco una cosa. E’ vero che Dio chiede il pentimento però Dio fa cadere il castigo degli ingiusti su chi non lo merita. Altrimenti non spiego perché fa morire il figlio nato dall’adulterio di Davide, perché fa soffrire i giusti. Perché fa morire il giusto Nabot?
Buongiorno.
Caro Animasalvata,
​le tue domande nascono da un’esigenza di giustizia umana che però, se applicata letteralmente al testo, rischia di farci perdere di vista la natura di D-o. Per rispondere da studiosi , dobbiamo distinguere tra la 'sentenza divina' e la 'realtà delle conseguenze' in un mondo dominato dal libero arbitrio.
​Se leggessimo la morte del figlio di Davide come un atto punitivo di D-o contro un innocente, negheremmo proprio quella Toràh che stiamo studiando. Ezechiele 18:20 è categorico, 'Il figlio non pagherà per l'iniquità del padre'. Quella narrazione non descrive una legge teologica di punizione, ma la cruda realtà di come il peccato umano rompa l'armonia della vita, generando onde d'urto che colpiscono tragicamente anche chi è vicino al colpevole.
​Nabot non muore per volontà di D-o, ma per il crimine di Izebel e l'avidità di Acab. Confondere l'ingiustizia umana con il castigo divino è un errore metodologico pericoloso. La Scrittura riporta questi fatti proprio per mostrarci che D-o non è un burattinaio che impedisce il male con la forza (annullando la nostra libertà), ma è Colui che invoca giustizia per Nabot attraverso la voce dei profeti.
​Quando parliamo di Chesed (Grazia), parliamo della natura eterna di D-o. Se l'uomo si allontana dalla Fonte della Vita tramite il peccato, la morte ne è la conseguenza naturale, non una 'multa' inflitta arbitrariamente. Il pentimento (Teshuvà) serve proprio a ricollegarsi a quella Fonte.
​Se usiamo le tragedie della storia per negare la Grazia, finiamo per servire un D-o che non è più l'Unico della torah , ma una proiezione delle nostre paure. La Bibbia non è un manuale di 'premi e punizioni' infantili, ma il racconto del faticoso cammino dell'uomo verso la responsabilità.
​Restiamo all'Unità della Fonte, le ombre del mondo sono prodotte dall'uomo, ma la Luce della Misericordia resta immutata.
​Shalom."
Ma Dio e’ colui da chi viene Bene e la calamita. Cioè la calamita viene permessa di Dio isaia 45,7-9 e ci deve essere un perché altrimenti non riuscirei a capire l’opera di Dio. Nabot soffre perché Dio lo permette. Il figlio di Davide muore perché Dio lo permette nonostante il pentimento e le suppliche di Davide. Non si riesce ad evitare la morte del figlio.

Nel mondo a venire il figlio di Davide non risponderà dei peccati del padre. Per me Ezechiele si riferisce al giorno del giudizio. Al giorno del giudizio ognuno risponderà dei suoi peccati.
Andrea Varxhetta
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da Andrea Varxhetta »

Caro Animasalvata,
​capisco la tua difficoltà, ma stai cadendo in un paradosso teologico che la Scrittura stessa cerca di superare. Se ammettiamo che D-o 'permette' il male come parte di un disegno punitivo arbitrario, finiamo per giustificare ogni atrocità umana come 'volontà divina'.
​Isaia 45:7, il 'Male' (Ra). Il termine ebraico Ra in questo contesto non indica il male morale o il peccato, ma la 'sventura' o la 'calamità' storica (come la caduta di un impero). Isaia sta parlando a Ciro per dirgli che non esistono due dèi (uno del bene e uno del male, come nel dualismo persiano), ma che D-o è Uno. Dire che D-o crea la calamità significa dire che Lui è il Signore della Storia, non che gode nel far morire un bambino per le colpe del padre.
​ Se un uomo spara a un altro, D-o lo 'permette' perché ha dato all'uomo il Libero Arbitrio. Se D-o intervenisse ogni volta per bloccare le conseguenze delle nostre azioni, non saremmo esseri liberi, ma automi. La morte del figlio di Davide e di Nabot sono il grido della Scrittura contro il peccato umano e ci mostrano quanto è terribile il male che noi stessi provochiamo.
​Ezechiele 18 non è posticipato,dire che 'Il figlio non pagherà per l'iniquità del padre' si riferisce solo al Giorno del Giudizio significa svuotare la parola del Profeta. Ezechiele stava parlando agli esiliati in Babilonia che dicevano: 'I padri hanno mangiato l'uva acerba e i denti dei figli si sono allegati'. D-o risponde che ogni anima è sua (Ez 18:4) e che la responsabilità è individuale qui e ora. Se spostiamo tutto all'aldilà, rendiamo la giustizia divina irrilevante per la nostra vita etica presente.
​Caro Animasalvata, se non distinguiamo tra la causalità spirituale (le conseguenze naturali del peccato) e la volontà diretta del Creatore, finiremo per incolpare D-o delle nostre mancanze. La morte del giusto è un mistero che il libro di Giobbe esplora senza dare risposte banali, ma una cosa è certa, la 'calamità' non è il volto di D-o, è l'ombra che noi proiettiamo quando voltiamo le spalle alla Luce.
Shalom
marco
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da marco »

Disturba molto credere che Dio abbia punito Davide con la morte del figlioletto. Come ci imbarazza, lo spero, l’uccisione dei bambini Cananei (passati al fil di spada) “ordinata” da Dio in Dt 20.
Quindi è stato Dio l’artefice di tali azioni oppure era opinione comune credere che tutto avesse una origine e una ragione divina?
Andrea Varxhetta
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggio da Andrea Varxhetta »

Caro Marco,
​poni la domanda delle domande. Se non siamo disposti ad affrontare questo 'imbarazzo' testuale, restiamo alla superficie della comprensione. La risposta, però, non sta nello scegliere tra un D-o crudele o scrittori imprecisi, ma nel comprendere la pedagogia della rivelazione.
Nel mondo semitico antico non esisteva il concetto di 'cause seconde'. Per un ebreo del tempo, se accadeva qualcosa, era D-o a farlo, perché nulla avviene fuori dalla Sua sovranità. Dire 'D-o ha fatto morire il bambino' era il modo ebraico per riconoscere che nulla sfugge al controllo dell'Unico. Gli autori biblici spesso non distinguevano tra la volontà precettiva di D-o (ciò che Egli desidera) e le conseguenze naturali della rottura dell'ordine stabilito dal peccato umano.
Da studioso biblico sai che il linguaggio di Deuteronomio 20 segue lo stile della retorica bellica del Vicino Oriente Antico. Queste 'distruzioni totali' (Hèrem) erano iperboli per sottolineare l'assoluta incompatibilità tra la santità di Israele e l'idolatria cananea. Infatti, la Scrittura stessa mostra che i Cananei rimasero nella terra, il comando non riguardava lo sterminio fisico di massa, ma la rimozione radicale dell'influenza pagana dal cuore del popolo.
D-o parla agli uomini con il loro 'alfabeto' culturale per farsi comprendere. La Scrittura registra il cammino di un popolo che, partendo da una mentalità tribale, viene condotto verso la comprensione della Misericordia eterna. Yeshùa non ha cambiato D-o, ha rimosso i veli interpretativi che impedivano di vedere il volto del Padre che è sempre stato lo stesso, sin dal Gan Eden.
Dobbiamo smettere di leggere questi passi come se D-o fosse un giustiziere umorale. Se restiamo a una lettura puramente esteriore e antropomorfica, finiamo per fare di D-o una proiezione delle nostre mancanze. Se invece scaviamo nella profondità della Toràh, scopriamo che essa è istruzione di Vita che serve proprio a educare l'uomo a uscire dalla logica della violenza.
​D-o non muta, è l'uomo che, maturando nella conoscenza della Fonte, impara a leggere la Sua giustizia non come vendetta, ma come ristabilimento della Verità.
Shalom."