Il matrimonio secondo la Bibbia

Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda ארמאנדו אלבנו » martedì 23 gennaio 2018, 11:26

Genesi 24:67
E Isacco condusse Rebecca nella tenda di Sara sua madre, la prese, ed ella divenne sua moglie, ed egli l'amò. Così Isacco fu consolato dopo la morte di sua madre.

Oggi diremmo che Isacco e Rebecca sono andati a convivere giusto?


Certo che allora non era stata ancora data la Torah quando Isacco e Rebecca si sposarono. Poi in seguito fu data la torah per mezzo di Mose. Da quando fu data la torah un matrimonio richiede dei testimoni oppure no?

Ho un altra domanda: secondo voi la fede è necessaria per rendere valida un unione matrimoniale?
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda bgaluppi » venerdì 2 febbraio 2018, 9:59

Ciao Gianni. Nella comunità dei credenti, la searazione avveniva per mezzo dell'atto di ripudio?

Troviamo scritto: “Ai coniugi poi ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito (e se si fosse separata, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito); e che il marito non mandi via la moglie.” (1Cor 7:10,11). χωρίζω al medio-passivo significa “mi separo”, “me ne vado”. Dunque, qui il testo dice che la moglie non deve andarsene dal marito. In qual modo una moglie poteva "andarsene" senza commettere una violazione? In quel tempo, il ripudio riguardava solo la donna, che lo subiva; poteva una donna liberarsi ufficialmente dal vincolo? In che modo?

E in 1Cor 7:15, in riferimento al matrimonio tra un credente e un non credente - e nel caso la coppia non sia felice - Paolo afferma come consiglio personale: “se il non credente si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella non sono obbligati a continuare a stare insieme; ma Dio ci ha chiamati a vivere in pace”. Di nuovo, come avveniva ufficialmente la separazione, in modo che i due fossero liberi?
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda Gianni » venerdì 2 febbraio 2018, 11:01

In Dt 24:1 (NR) l’espressione “atto di ripudio”, che al v. 3 diventa “atto di divorzio”, è nel testo ebraico סֵפֶר כְּרִיתֻת (sèfer krytùt) in entrambi i casi. Letteralmente significa “libro [del] taglio”. Tale attestazione, concessa da Mosè, è chiamata in Mt 19:7 βιβλίον ἀποστασίου, “libretto di ripudio/divorzio”.

Si trattava di un documento vero e proprio, perché in Dt 24:1 è prescritto: “Le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via”.

La Bibbia non fornisce altri particolari, ma possiamo ipotizzare che la procedura legale prevedesse la consultazione di persone autorevoli che forse tentavano una riconciliazione; in tal caso la prassi burocratica avrebbe richiesto un certo tempo e nel frattempo il marito poteva ripensarci. Il che non è molto dissimile dall’iter che la legge richiede oggi.

Nel caso di separazione - che Paolo menziona e ammette - non si tratta di divorzio. Se la convivenza diventa impossibile, c’è la separazione. I due possono tornare a convivere oppure no. Ma non possono risposarsi, se non in caso di adulterio o di morte del coniuge.
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda bgaluppi » venerdì 2 febbraio 2018, 18:51

Ho capito, grazie Gianni.

Ora vorrei capire un'altra cosa. In Mt 5:32 Yeshùa dice: “chiunque manda via sua moglie, salvo che per motivo di fornicazione, la fa diventare adultera e chiunque sposa colei che è mandata via commette adulterio.”. E in Mt 19:9 “chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio”.

Yeshùa sta dicendo proprio quello che hai esposto tu nel tuo commento: non si può sposare un'altra persona, neppure in seguito ad un atto di ripudio (se non in presenza di adulterio, che vanifica la precedente unione).

Oggi, le cose sono più complesse, perché il rapporto sessuale è praticato largamente anche fuori dal matrimonio, e la maggior parte delle coppie non si sposano neppure. Mettiamo che un uomo e una donna, oggi, abbiano una relazione di semplice convivenza o di matrimonio (a volte anche di non convivenza...), e che abbiano rapporti sessuali, come quasi sempre accade; dopo un po', i due si mollano, e trovano altri partner, dando così inizio a nuove relazioni. Secondo l'insegnamento biblico - nel caso in cui la prima relazione non sia vanificata dall'adulterio - essi, unendosi con nuovi partner, commettono adulterio, oppure il peccato sussiste solo nel caso in cui i due siano stati precedentemente sposati legalmente?

Il problema è che la maggioranza delle persone non conosce l'insegnamento biblico e agisce molto spesso in buona fede. Molti restano fedeli ma nonostante ciò divorziano, si separano o interrompono la relazione di convivenza per vari motivi. Rm 5:13 chiarisce che “il peccato non è imputato quando non c'è legge”, e Yeshùa stesso, prima di morire, prega il Padre per il perdono dei suoi aguzzini, perché “non sanno quello che fanno” (Lc 23:34). Ed ecco la domanda (che faccio, perché potrebbe anche riguardarmi, non si sa mai...):

Se un credente non sposato o comunque libero, che conosce bene la legge biblica, incontra una persona ignara della legge biblica che ha concluso una precedente relazione di convivenza o un matrimonio per motivo che non sia l'adulterio, cosa deve fare? Rinunciare a quella persona? Oppure quella persona, ignara della legge, non è esposta all'adulterio?
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda Alen.chorbah » venerdì 2 febbraio 2018, 19:12

Bella domanda antonio :-) .... mi ero posto anche io una domanda simile. Ovvero: capita che a volte che ci sono due persone fidanzate che avevano rapporti, ed è successo che quando uno dei due ha incominciato a studiare con i tdg ha mollato il partner (tanto il consiglio che si da è che se non si è sposati va bene) perché l altro non ne voleva sapere niente dei tdg e si è rifatta la vita con una persona tdg (quindi credente); io sinceramente mi sono sempre chiesto che razza di comportamento è questo. Almeno io l'ho considero un peccato.
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda Gianni » venerdì 2 febbraio 2018, 19:24

Esponi un problema difficile, Antonio. Mi verrebbe da dire che se la persona non credente ha concluso una precedente relazione di convivenza o matrimoniale per motivi diversi dall'adulterio, è storia che appartiene a lei e al suo passato. È comunque una donna libera ed è libera quando il credente la conosce. Forse sarebbe prudente che il credente si accertasse che la precedente storia sia davvero finita. Se è divorziata, non c’è problema perché è garantita dalla legge. Ma se era convivente, il precedente compagno potrebbe ritenerla ancora legata a lui. Se lei è però sicura che è finita per sempre e senza possibili ripensamenti, se sorgono problemi li affronteranno insieme, lei e il suo nuovo compagno credente. (Questo è solo il mio pensiero, ovviamente).
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda bgaluppi » venerdì 2 febbraio 2018, 19:30

Gianni, Alen, sono molto d'accordo. Aggiungo che alla base di un rapporto deve esserci innanzitutto attrazione chimica, fisica, spirituale, condivisione di sentimenti e morale, dedizione, amore (quell'amore che nasce solo dopo aver frequentato e conosciuto profondamente una persona); se poi i due sono entrambi credenti, ancora meglio. Ma se due sono credenti e non sussistono le precedenti condizioni, che rapporto sarebbe?
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda Gianni » venerdì 2 febbraio 2018, 20:20

:-)
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda bgaluppi » domenica 25 marzo 2018, 12:33

Vorrei chiarire una perplessità riguardo a Mt 5:32. Cerco di tradurre letteralmente dal greco:

“Ma io vi dico che ogni [uomo] che lascia andare via sua moglie, a parte che a motivo di fornicazione, fa sì che sia esposta ad adulterio [possibilmente]; e chiunque sposa una che sia stata lasciata andare via, commette adulterio”.

Spiego la mia perplessità. Se leggiamo il versetto togliendo la clausola sulla fornicazione, avremo: “chiunque ripudia sua moglie la espone all'adulterio, e chiunque sposa una donna ripudiata, commette adulterio”. Ciò avviene perché Yeshùa sancisce l'indissolubilità dell'unione coniugale (cfr. Mr 10:11,12); dunque, il ripudio stabilito dall'uomo non ha il potere di annullare l'unione stabilita da Dio. In senso assoluto, l'unione coniugale non può essere spezzata, dunque ogni ulteriore unione successiva costituisce adulterio. Una donna ripudiata per qualsiasi motivo che non sia la fornicazione, se si risposa, commette adulterio verso il primo marito, e un uomo che sposa una ripudiata, commette adulterio con lei nei confronti del primo marito di lei. Ne consegue che chi ripudia la moglie e si risposa, commette adulterio verso la prima moglie. Se ho compreso bene questi versetti, Yeshùa sta dicendo che il ripudio produce potenziale adulterio da ogni parte; a meno che, ovviamente, i due coniugi ora divorziati legalmente decidano di non sposarsi più con altri.

Yeshùa, però, aggiunge una clausola che annulla il tutto: la fornicazione. Naturalmente, colei o colui che commette fornicazione, non diventa poi innocente con il divorzio, in quanto si è già macchiata/o della colpa. Se leggiamo il tutto in rapporto al caso di fornicazione (riporto il testo con prospettiva di genere, che può essere ribaltata), avremo:

In caso di fornicazione della moglie, chiunque la ripudi non la espone all'adulterio [poiché essa è già adultera e il vincolo è rotto], e chiunque sposi una donna ripudiata, non commette adulterio [poiché il vincolo precedente è già stato rotto dall'adulterio]”.

Non mi pare che ci siano altri modi di interpretare queste parole. Inserendo l'eccezione sulla fornicazione, è come se Yeshùa dicesse: “ciò che dico non vale nel caso di adulterio”. Leggendo alcuni studi su questo versetto ho notato che spesso emerge quanto segue: il marito innocente può risposarsi in quanto il suo vincolo con la prima moglie è stato annullato dall'adulterio di lei, ma la moglie colpevole e ripudiata non potrebbe risposarsi, in virtù della sua colpa che dovrebbe espiare. E perché mai? Se il vincolo è rotto, è rotto per entrambe le parti, dunque la donna è libera (pur restando colpevole di adulterio). E colui che la sposa, non può certo commettere adulterio con lei verso il primo marito, essendo il vincolo ormai rotto. Se il primo marito è libero in virtù dell'adulterio subìto (ma è innocente), anche la moglie è libera in virtù dell'adulterio commesso (ma è colpevole). Il testo non affronta la problematica dell'espiazione della colpa, valuta soltanto le conseguenze del ripudio tranne che nel caso di fornicazione.

L'atto di ripudio torna utile sia per la moglie colpevole, che ora è libera in quanto ha rotto il vincolo (macchiandosi di adulterio), sia per l'uomo che decide di sposarla, che è a conoscenza di quanto avvenuto e dunque può sposarla tranquillamente. Infatti, Yeshùa non rigetta la pratica del ripudio scritto, sancito dalla Torah (cfr. Mr 10:11,12), poiché altrimenti si contraddirebbe con quanto affermato in Mt 5:17-19. Dice solo (in risposta ad una provocazione dei farisei) che il matrimonio è indissolubile agli occhi di Dio (tranne che in presenza di adulterio), poi ognuno faccia le sue scelte.

Mi pare che Yeshùa da una parte sancisca l'indissolubilità dell'unione in senso assoluto, dall'altra stabilisca che l'adulterio permette sia all'innocente che al reo di sposarsi di nuovo. Tuttavia, il nuovo matrimonio non rende il colpevole innocente; e il nuovo coniuge non può certo commettere adulterio sposando una ripudiata adultera, in quanto non può rompere un vincolo che è già stato rotto.
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Re: Il matrimonio secondo la Bibbia

Messaggioda bgaluppi » domenica 25 marzo 2018, 13:38

Caro Jon, purtroppo le parole di Yeshùa possono essere facilmente travisate e trasformate in dottrine strane. Ciò avviene all'interno delle religioni.

Il pensiero di Yeshùa sul divorzio è frammentato qua e là nei tre sinottici, che riportano parole diverse (Mt aggiunge, Lc toglie, Mc presenta un punto di vista diverso). Allora bisogna valutare il tutto con attenzione e mettere insieme i pezzi, ma sempre all'interno di quello che era il diritto ebraico sancito dalla Torah e all'interno della società di allora. Nel mio commento ho voluto ragionare solo sul caso specifico riportato da Matteo, su cui esistono diverse interpretazioni da parte degli studiosi.

In risposta ai farisei che gli chiedono specificamente se fosse lecito per un uomo ripudiare la moglie per un motivo qualsiasi, e in virtù del fatto che la Torah legittima il ripudio scritto, Yeshùa non dice che la Torah sbaglia, ma risponde in senso assoluto che il ripudio non è mai giusto agli occhi di Dio (come dire: pensateci bene prima di ripudiare con leggerezza), poiché l'unione tra un uomo ed una donna è sacra e indissolubile; e aggiunge che l'adulterio legittima la dissolubilità, poiché di fatto in mezzo ai due entra una terza persona; e se la Torah dice che i due si uniscono, non possono essere tre, o più. L'unione è a due, e se uno dei due fornica con un'altra persona, la prima unione è rotta perché non ci può essere unione a tre. Dio vuole che un uomo e una donna si uniscano in matrimonio per la vita, e questo è il principio assoluto; ma poi possono subentrare cause e concause che rendono quell'unione difficile, e allora la Torah stabilisce il ripudio scritto. Ma per Dio, dalla Sua prospettiva assoluta (che è quella che riporta Yeshùa), un uomo sposato che divorzia per qualsiasi motivo e si risposa commette adulterio nei confronti della prima moglie. Ma ciò non significa che Dio non possa perdonare. Come dire: sappiate solo che se divorziate per un motivo che non sia l'adulterio e vi risposate, commettete adulterio agli occhi di Dio; dunque, se ripudiate, non vi risposate perché non potete dissolvere ciò che Dio ha unito (tranne che nel caso di adulterio); poi, se lo fate, sarà Dio a giudicare.

Se Yeshùa avesse condannato il ripudio sancito dalla Torah, avrebbe dichiarato apertamente che la Torah riporta un comandamento che Dio, in realtà, non vuole. E ciò non è possibile. Inoltre, nessuno può essere giudicato in fallo per aver obbedito ad un comandamento riportato sulla Torah. Allora cosa dice Yeshùa? Dice che il motivo per cui è stato concesso di ripudiare è dovuto alla nostra misera condizione umana, soggetta a passioni, pulsioni, sentimenti negativi etc., ma che in senso assoluto Dio non vuole il ripudio. In una situazione ideale, il matrimonio è indissolubile; ma la nostra condizione non è certo ideale, almeno non ancora. Però l'adulterio costituisce giusta causa di dissolubilità dell'unione; e se l'unione è rotta, ambo le parti sono necessariamente libere, una innocente e l'altra colpevole. La parte colpevole resta adultera, ma se si pente sinceramente, non vedo ragione per cui Dio non la possa perdonare. Se non si pente, è un'altra storia.

L'episodio dell'adultera è eloquente. Il racconto non ci dà informazioni dettagliate sulla donna: era sposata? Era stata ripudiata? Non sappiamo. Yeshùa non la condanna, ma le intima di non peccare più. Ciò che conta è “non peccare più”, e ciò presuppone una presa di coscienza e un sincero pentimento. Se Yeshùa la perdona, perché mai Dio non dovrebbe perdonare una persona rea di adulterio che si pente sinceramente? E perché mai tale persona non dovrebbe poter risposarsi, se Dio l'ha perdonata? Non dimentichiamo che Davide commise adulterio, ma Dio lo chiama Suo figlio prediletto.
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