La Torah di Yeshua.

Re: La Torah di Yeshua.

Messaggioda mimymattio » martedì 18 luglio 2017, 1:31

bgaluppi ha scritto:.

Grazie della risposta. E ho capito il concetto. Seguendo il tuo ragionamento cosa oggi non é più praticabile dei precetti che avevano gli ebrei una volta? Oltre alla lapidazione che mi hai accennato. Cosa diresti riguardo i cibi impuri? Le tuniche. La barba. L impurità della donna durante il ciclo mestruale. Ecc ecc. Grazie
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Re: La Torah di Yeshua.

Messaggioda bgaluppi » martedì 19 dicembre 2017, 11:26

Volevo riprendere la discussione sul sabato e sulla tradizione fatta a pag. 26, che era rimasta in sospeso.

Se valutiamo le parole di Yeshùa di Mt 12:7 e le altre nel contesto specifico e le esaminiamo tutte insieme con attenzione, ci accorgeremo come Yeshùa, di fatto, non stia mettendo in dubbio certe tradizioni, né stia affermando che esse possano essere anche tralasciate, ma stia dando agli accusatori dei suoi discepoli degli ipocriti:

1. I discepoli “strappavano delle spighe e, sfregandole con le mani, mangiavano il grano” (Lc 6:1), e vengono accusati in base ad una tradizione precisa.
2. Yeshùa risponde che anche Davide e i suoi mangiarono “i pani di presentazione che non era lecito mangiare né a lui, né a quelli che erano con lui, ma solamente ai sacerdoti”(Mt 24:4; Lv 24:9) — e che venivano preparati “di sabato in sabato” (1Cron 9:32) pur non essendo consentito, di sabato, fare alcun lavoro — in base alla tradizione che permetteva al cohen di donare ai poveri i pani che rimanevano.

Dunque, da una parte i discepoli di Yeshùa erano colpevoli di aver violato il sabato per una certa tradizione che non consentiva neppure di sfregare alcune spighe con le mani, dall'altra Davide e il cohen erano innocenti per la tradizione che consentiva al cohen di dare ai poveri ciò che era destinato solo a lui. Alla fine, risponde: “Se sapeste che cosa significa: "Voglio misericordia e non sacrificio", non avreste condannato gli innocenti”, citando Os 6:6.

Da tutto ciò, mi pare di capire che Yeshùa non agisse strettamente in base alle tradizioni o ad un'obbedienza esteriore e meccanica, ma piuttosto in base al buon senso e ad un'interpretazione più profonda della Torah. Mi sembra che lui insegnasse che nell'obbedienza non conta tanto il quanto, ma il come. Se ci basiamo sul concetto per cui o si obbedisce a tutto o a niente, qual'è l'uomo che può dire di aver messo in pratica correttamente tutte le 613 mitzvot? Se esistesse un tale uomo, sarebbe il Messia, poiché è detto: “Spirito di saggezza e d'intelligenza, spirito di consiglio e di forza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.” (Is 11:2). Ma dubito che un uomo del genere si soffermerebbe su certi cavilli legalistici. Mi pare che Yeshùa, in molti suoi discorsi e atti, volesse insegnare la differenza tra un'obbedienza conforme alla Perfezione e una conforme all'aspetto esteriore, nel senso che non esiste vera obbedienza se non quella interiore, che rivela una intelligenza (da intelligere), una comprensione ed un'attualizzazione profonda dell'insegnamento di D-o. Che vuol dire “santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo”, che D-o ripete più volte (Lv 11:44,45; 19:2;20:26)? Che si deve essere ligi alla tradizione in modo ottuso e meccanico? O che bisogna attualizzare la "conoscenza di Dio", obbedendo non secondo il quanto, ma secondo il come? A cosa giova l'obbedienza esteriore, se nel mio intimo non comprendo l'importanza della purezza a cui D-o chiama i suoi? Per questo D-o, tramite il profeta, dice: “Che m'importa dei vostri numerosi sacrifici?” e “imparate a fare il bene; cercate la giustizia” (Is 1:11,17). Cos'è la vera giustizia, per D-o? Il profeta non condanna il sacrificio, condanna l'ipocrisia dell'uomo che, nella sua impurità interiore, pensa che basti un atto esteriore e meccanicamente ripetuto più volte per renderlo giusto davanti a Dio. Yeshùa insiste esattamente sulla stessa cosa.

Nello specifico del sabato, la Torah non dice che il comandamento "ama il tuo prossimo come te stesso" (il prossimo è colui che è "vicino" in termini di spazio) non sia applicabile di sabato se non in presenza di una situazione in cui una vita è in pericolo. Sta a noi comprendere e attualizzare il significato profondo di certi insegnamenti. Faccio un esempio. In giorno di sabato trovo un uomo debole e in preda alla fame in un angolo della strada. Se posso aiutarlo solo se è in pericolo di vita, a meno che io non sia un medico, come potrò valutare se quell'uomo sia in pericolo di vita o meno? Non posso. Allora ho due possibilità: o gli preparo qualcosa da mangiare e lo sfamo, adempiendo la mitzvà "amerai il tuo prossimo come te stesso" e le parole del profeta "perché Io desidero misericordia, non sacrifici, e conoscenza di D-o più che olocausti", oppure lo lascerò lì affamato per non rischiare di violare il sabato in base alla tradizione. In quale occasione avrò fatto la volontà di D-o? È questo il senso della parabola del buon samaritano, che nel caso di Yeshùa può essere applicata anche al sabato, in quanto disse: “È lecito fare guarigioni in giorno di sabato?”.

Nel caso specifico di Mt 12, dunque, Yeshùa non vuole entrare in una diatriba dottrinale, ma mettere in risalto l'ipocrisia degli accusatori, che usano la tradizione a loro uso e consumo senza valutare in profondità l'insegnamento della Torah. Di sabato non può essere fatto alcun lavoro, ma certi lavori si, come nel caso della preparazione dei pani e altri lavori inerenti il rito; i pani sono destinati unicamente ai sacerdoti (questo dice la Torah), ma Davide ne mangiò in base alla tradizione che consentiva di offrire il rimanente ai poveri; la tradizione consentiva, giustamente, di sfamare i poveri con i pani dell'offerta rimanenti, ma non di sfamare qualcuno in giorno di sabato con pochi chicchi di grano raccolti nella mano. Allora, cosa è giusto fare davanti a D-o? È giusto obbedire, ma bisogna capire come obbedire.
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Re: La Torah di Yeshua.

Messaggioda Janira » giovedì 3 maggio 2018, 14:49

Salve a tutti!
In 1 Timoteo, capitolo 4 si legge:
"imporranno di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati con rendimento di grazie dai fedeli e da quanti conoscono la verità. 4 Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, 5 perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera." NR
Come è giusto interpretare la parola "tutto" v. 4, nell'ottica del rispetto dei cibi puri o impuri?
Grazie
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Re: La Torah di Yeshua.

Messaggioda mimymattio » giovedì 3 maggio 2018, 15:05

Ciao Janira, se consideriamo i cibi kasher di Lv 11 guardandoli dall'ottica del commestibile/non commestibile le cose cambiano. L'ascetismo del primo secolo imponeva di astenersi da alcuni cibi per potersi elevare spiritualmente. Paolo è a questo che si riferisce, non certamente ai cibi regolamentati da Dio in Lv 11. Tutto (ciò che è puro) è buono perché Dio lo ha definito tale. Al fariseo Paolo non passava nemmeno per la testa di ritenere "buono" un cibo ritenuto impuro nella Toràh
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Re: La Torah di Yeshua.

Messaggioda Janira » giovedì 3 maggio 2018, 15:13

Grazie! :-)
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