Resurrezione , Yeshùa e Giudaismo

Resurrezione , Yeshùa e Giudaismo

Messaggioda Tony » domenica 18 ottobre 2020, 19:48

tratto da : Matteo , Introduzione,traduzione e commento a cura di Giulio Michelini , edizioni San Paolo pag 356-359
La seconda questione: la risurrezione (22,23-33). Il movimento religioso dei
sadducei, una delle «sette» nominate anche dallo storico Flavio Giuseppe, si trova
in questo capitolo per l'ultima volta (la loro comparsa ha avuto luogo, sempre
insieme ai farisei, in 3,7, e sono ritornati poi al c. 16). La questione che pongono
a Gesù li caratterizza. Sappiamo infatti dal citato storico ebreo che «la loro dot-
trina fa morire le anime insieme con i corpi e non praticano l'osservanza se non
delle Leggi» (dove per «Leggi» si intende la Torà: Antichità giudaiche 18, 1,4 §
16). Le due osservazioni vanno tenute insieme: non solo perché la dottrina della
risurrezione è tardiva e scarsamente attestata nella Bibbia, e non lo è in modo
esplicito nel Pentateuco, ma soprattutto perché Gesù risponderà (sarà costretto a
farlo, per stare sul campo di battaglia scelto da loro) basandosi proprio su esso.
La credenza in un'esistenza sostanziale dopo la morte è relativamente tardiva
nello sviluppo della religione di Israele: viene formulata esplicitamente solo nei
testi del II secolo a.C., all'epoca della crisi maccabaica, perché prima dell'esilio
la morte non rappresentò mai un problema per il credente ebreo. Il morire era
visto come connaturale all'esistenza, e implicava necessariamente finire nello
sheol. Se gli scrittori del periodo esilico e postesilico usano il linguaggio di morte-
risurrezione come una metafora per esprimere la rinascita di Israele e il ritorno
dall'esilio (vedi Ez 37, 1-14), a un certo punto avviene una svolta: nel giudaismo
si inizia a formare l'idea che la morte non può vincere la giustizia di Dio e la
relazione.che egli ha con la singola persona. Il primo testo che, in termini chiari,
formula la fede nella risurrezione dei morti è Dn 12,2-3, dove si parla appunto
della risurrezione esclusiva dei giusti, mentre per gli empi è prevista la corruzione.
Allo stesso modo in 2Mac 7, 1-42 si parla di risurrezione per coloro che hanno
preservato la loro fedeltà verso Dio, anche a prezzo del martirio. Il linguaggio
di risurrezione nasce in questo modo per rispondere a situazioni di crisi, come
persecuzioni o oppressioni, oppure per tematizzare la giustizia di Dio che opera
nei confronti dei giusti e degli empi. Dopo le prime incertezze, infine, sarà con i
cristiani che si chiarisce, in modo inequivocabile rispetto all'Antico Testamento o
al giudaismo del suo tempo, che i morti risorgeranno nella carne (ma nel Talmud
è scritto che chi non crede nella risurrezione non è ebreo).
L'argomento portato dai sadducei è molto sottile, ed è basato sulla regola
esegetica chiamata qal vahomer (deduzione logica dal minore al maggiore, e
viceversa), presente già nella Torà stessa, una delle poche tecniche utilizzate
proprio da questo movimento. Gesù risponde con un altro argomento, citando
un importante testo della Torà, Es 3,6.15 ovvero l'autorivelazione di Dio a
Mosè dal roveto. Il «contro-argomento» portato da Gesù a favore della risur-
rezione, con il ricorso alla prova da Es 3,6.15 è stato spesso considerato una
caricatura esegetica del significato originario del testo anticotestamentario.
Ma altri ora difendono e spiegano il procedimento logico ed esegetico messo
in opera da Gesù, che riflette una tradizione interpretativa caratteristica del
giudaismo del primo secolo. F. Manns ha proposto di interpretare la logica
dell'argomento di Gesù a partire dal metodo esegetico chiamato al tiqra, che
comporta il leggere le vocali dell'alfabeto ebraico in un altro modo rispetto a
come sono scritte. Senza entrare nei dettagli, secondo questa spiegazione la
frase «YHWH, Dio di Abraam» in Le 20,37 e paralleli significherebbe «Elohim
fa esistere Abraam». Questa proposta rispecchia bene i metodi tipicamente
rabbinici di leggere la Scrittura; che Gesù aderisca più o meno strettamen-
te alle regole dell'argomentazione rabbinica (i sadducei usano proprio una
delle sette regole esegetiche di Hillel), la sua risposta criptica non è dissi-
mile da quella dei suoi contemporanei (in particolare da quella dei farisei)
nell'obbligare il lettore a indagare più profondamente il testo per coglierne
il significato. Quando Gesù si rifà alla Torà come testo d'appoggio per la
dottrina della risurrezione, usa in fondo una tecnica del tutto simile a quelle
che si ritrovano in testi talmudici e anche altrove nella tradizione giudai-
ca, un'operazione che comporta una certa complessità, a cui i rabbini del
tempo di Gesù erano ben abituati. Guardando ancor più da vicino, però, si
vede che la formula tripartita usata da Gesù a riguardo dei patriarchi appare
in altri luoghi dell'Antico Testamento, e in testi apocrifi giudaici, sempre
però per esprimere l'idea della liberazione di Israele dall'Egitto (cfr. Gen
50,24; Es 2,24; 3,15-16; 6,8; Dt 1,8; 6,10), o dall'esilio (cfr. Lv 26,42; Ger
33,26, Bar 2,34), o dalla morte (come testimoniato in 4Mac 7,18-19; 16,25;
Testamento di Levi 15,4; 18,11-14; Testamento di Giuda 25,1; cfr. Talmud di
Gerusalemme, Berakhot 2,2; Talmud babilonese, Berakhot 18a). Dato che la
formula di Es 3,6.15 ricorre anche inAt 3,13 (cfr. 7,32), in connessione con
l'annuncio della risurrezione di Cristo, ciò ci porta a pensare che Gesù non
si stia tanto riferendo ad Abraam, Isacco e Giacobbe in quanto le loro storie
hanno a che fàre, come per il caso sollevato dai sadducei, con la sterilità delle
matriarche e dei patriarchi, quanto piuttosto per sottolineare un'altra idea.
La risposta di Gesù ai sadducei non può essere analizzata, a nostro avvi-
so, soltanto sul piano dell'affermazione dell'esistenza in vita dei patriarchi
(elemento tra i più frequentati per spiegare il senso della frase di Gesù), o sul
valore perenne dell'alleanza stabilita con questi. È molto importante anche
il fatto che il testo ripreso da Gesù, Es 3,6.15, sia un testo della Torà inserito
nel contesto della storii:i della liberazione di Israele dalla schiavitù dell'Egitto.
In fondo, si tratta di quanto valorizzato in modo ininterrotto dalla tradizione
interpretativa giudaica sin dall'antichità ai giorni nostri. La citazione di Es
3,14-15 non comporta solo la ripresa di una frase che svela l'essenza di Dio
nel suo nome, ma il rifarsi ali' azione salvifica di Dio nei confronti di Israele
(prima), e di tutti gli uomini (poi). Il richiamo al nome di Dio implica il ca-
rattere e il potere di colui che porta quel nome, in quanto soprattutto creatore
della vita, e redentore della stessa quando è minacciata, come avviene a causa
della morte. Il Dio dei patriarchi evocato nel contesto dell'Esodo, infatti, per
i Targumim prima, e per molti scritti giudaici in seguito, è il Dio della vita
che fa continuamente essere il suo popolo e il mondo. Così infatti già una
traduzione verso l'aramaico rendeva il testo di Es 3, 14: «lo sono esistito prima
che il mondo fosse creato, e sono esistito dopo che il mondo è stato creato.
Sono colui che è stato tuo aiuto nell'esilio in Egitto, e sono io che sarò ancora
tuo aiuto in ogni generazione» (Targum Neofiti Nfmg 2). Lo stesso concetto
si troverà nel Talmud: «"lo sono colui che sono". Disse il Santo, benedetto
Egli sia, a Mosè: "Va' e di' a Israele: sono stato con voi in questa schiavitù e
sarò con voi nella schiavitù degli [altri] regni". Allora Mosè disse: "Signore
del mondo, a ogni ora la sua pena". Disse a lui il Santo, benedetto Egli sia:
"Va, di' loro: 'Io-sono mi ha mandato a voi"'» (Talmud babilonese, Berakhot
9b ). Il Dio a cui si richiama Gesù non si presenta a Mosè semplicemente co-
me colui che fa essere il mondo, ma come il Dio che è-presente-con, anche e
soprattutto nella prova. Se Dio si è preso cura della creazione, e avrà cura del
mondo che verrà, non può non aver cura del suo figlio Israele nel momento
di ogni sua sofferenza, e anche nel futuro. Il Dio dei patriarchi è il Dio della
vita e della risurrezione.

tratto da : Matteo , Introduzione,traduzione e commento a cura di Giulio Michelini , edizioni San Paolo pag 356-359
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Re: Resurrezione , Yeshùa e Giudaismo

Messaggioda speculator2 » domenica 18 ottobre 2020, 23:17

Nel vangelo Gesù non dà la sua risposta alla domanda trabocchetto dei sadducei, (che precede una domanda trabocchetto sul tributo dei farisei) su chi avrebbe sposato la donna nella resurrezione (se l'avesse fatto sarebbe caduto nel loro trabocchetto);

ma in risposta ai sadducei chiede loro se non si sbagliano perché non conoscono conoscono la Potenza di Dio o non hanno letto (capito) che sta scritto che i morti siano destati "lo dice anche la scrittura

(Esodo) "io sono colui che sono". "Io sono il Dio di Abramo Isacco e di Giacobbe "

o "mostrerò d'essere essere ciò che mostrerò d'essere"

Egli (YHWH) non è il dio dei morti.

Per lui sono tutti viventi "

Gesù dice a quelli che volevano intendere: "che i morti siano destati ";

Non parla di tornare in vita ma di essere svegliati da un sonno e ritornare ad agire dopo un sonno appunto. Abramo Isacco e Giacobbe sono solo addormentati ma sono vivi.

YHWH agisce attraverso i millenni ed anche è l 'Antico di giorni.

Le sue vie sorpassano i millenni.
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Re: Resurrezione , Yeshùa e Giudaismo

Messaggioda speculator2 » lunedì 19 ottobre 2020, 1:45

Nel vangelo Gesù non dà la sua risposta alla domanda trabocchetto dei sadducei, (che precede una domanda trabocchetto sul tributo dei farisei) su chi avrebbe sposato la donna nella resurrezione (se l'avesse fatto sarebbe caduto nel loro trabocchetto);

ma in risposta ai sadducei chiede loro se non si sbagliano perché non conoscono conoscono la Potenza di Dio o non hanno letto (capito) che sta scritto che i morti siano destati "lo dice anche la scrittura

(Esodo) "io sono colui che sono". "Io sono il Dio di Abramo Isacco e di Giacobbe "

o "mostrerò d'essere essere ciò che mostrerò d'essere"

Egli (YHWH) non è il dio dei morti.

Per lui sono tutti viventi "

Gesù dice a quelli che volevano intendere: "che i morti siano destati ";

Non parla di tornare in vita ma di essere svegliati da un sonno e ritornare ad agire dopo un sonno appunto. Abramo Isacco e Giacobbe sono solo addormentati ma sono vivi.

YHWH agisce attraverso i millenni ed anche è l 'Antico di giorni.

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Re: Resurrezione , Yeshùa e Giudaismo

Messaggioda speculator2 » domenica 25 ottobre 2020, 21:23

Il termine greco per resurrezione: "anastasis" non significa solo "tornare in vita" ma precisamente: "stare in piedi ".

Circa le resurrezioni raccontate dalla Bibbia, che sono 8 o 9, noto che in tutti i casi erano persone morte da poco, massimo tre giorni.

Solo in una visione di un profeta, credo Ezechiele, le ossa di un esercito (solo le ossa sono rimaste) si ricongiungono e poi i tendini e i muscoli e ritorna la vita in queste persone (non sono ancora zombie) e poi si alzano in piedi cioè resuscitano.

Poi si organizzano in combattimento.

Qui si tratta di combattere in fin dei conti. Se le cose stanno così contro i romani c'è poca speranza di vincere.
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