Cos’è il “Regno di Dio”?

Re: Cos’è il “Regno di Dio”?

Messaggioda Luigi » martedì 30 luglio 2019, 11:49

Credo che il mondo in cui vivremo potrebbe essere molto diverso da questo. Yeshùa risorto non è rimasto qui e ora dovrà pur essere da qualche parte, perché ha comunque ancora un corpo, non è spirito. In questo mondo, doveva mangiare. Nel momento in cui tornerà, invece, ci saranno nuovi cieli e nuova terra e i risorti saranno "come angeli nei cieli", per cui probabilmente non avranno bisogno di mangiare, né di aria per respirare, né di notte per dormire. Potrebbe essere una nuova dimensione.


Ciao Antonio
Do un mio pensiero secondo le scritture.
Quello che sarà nel Regno di Dio, certo nessuno può dirlo, ma certo ,credo che quando Il Signore , raccontava, circa il mangiare, bere, con Abramo..., in quel Regno, non penso che siano semplici allegorie.
Poichè è vero che i redenti saranno come gli angeli nei cieli, ma non per questo, non mangeranno o non berranno in quel Regno, considerato che comunque , avranno sempre un corpo, sebbene risorto e diverso.
Riguardo a Yoshua circa il mangiare o bere; Lui risorto, ne dette prova ,mangiando con gli apostoli dopo la resurrezione "Luca 24, 41".
Poi circa il mangiare , bere dei redenti , che faranno parte del Regno di Dio, Gesù disse che, con gli apostoli..., avrebbe bevuto del vino nuovo in quel Regno "Marco 14, 25.
Inoltre circa il mangiare ,sempre in quel Regno, "dei cieli" Gesù disse, che molti si sarebbero trovati a tavola "altre traduzioni, riportano a mensa" con Abramo, Isacco, e Giacobbe....
Ora anche quì a tavola o mensa "ben espresso" implica una cena, come lo esplica Gesù Luca 14, 15...
ciao
Luigi
 
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Re: Cos’è il “Regno di Dio”?

Messaggioda francesco.ragazzi » martedì 30 luglio 2019, 17:49

Per rimanere in una eterna primavera basterebbe raddrizzare l'asse di rotazione terrestre..... basta poco al Creatore per cambiare le condizioni di vita sulla terra ....(Chiaramente fra determinate latitudini) .-
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Re: Cos’è il “Regno di Dio”?

Messaggioda bgaluppi » martedì 30 luglio 2019, 18:15

Vero, Francesco!
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Re: Cos’è il “Regno di Dio”?

Messaggioda speculator » giovedì 1 agosto 2019, 23:17

Il discorso di continuare a cercare prima il regno inizia quando Gesù dice che bisogna avere l'occhio semplice cioe' vedere bene e poi dice la base della fede cioe' che Dio non accetta mezzo servizio o schiavi di due signori.

Quindi per servire Dio occorre ascoltare e capire Gesù e imitarlo.

Poi il discorso che segue non è per il cibo o il vestito ma per i relativi bisogni spirituali "vestira' voi uomini di poca fede" li vestira' di fede e si riferisce alla crescita spirituale nei tempi e modi di Dio.
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Re: Cos’è il “Regno di Dio”?

Messaggioda speculator » giovedì 1 agosto 2019, 23:26

Una scrittura dice che il regno di Dio non è mangiare e bere ma amore gioia e pace.
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Re: Cos’è il “Regno di Dio”?

Messaggioda bgaluppi » martedì 13 agosto 2019, 19:41

Vi riporto il commento di Dante Lattes a Pirkè Avot, in cui parla del mondo a venire. È utile per capire in che tipo di pensiero ha predicato Yeshùa:

Inizio testo --------

Nella lettura pubblica si usa far precedere ogni capitolo dalla seguente massima tratta dalla Mishnà di Sanhedrin XI. Essa è come il motto del trattato ed è la prefazione profetica alla dottrina farisaica.

TUTTO ISRAELE HA PARTE NEL MONDO AVVENIRE, SECONDO QUANTO È SCRITTO: «IL TUO POPOLO SARÀ FORMATO TUTTO DI ANIME GIUSTE, LE QUALI POSSEDERANNO IN PERPETUO LA TERRA; ESSI SONO IL VIRGULTO DELLA MIA PIANTAGIONE, L’OPERA DELLE MIE MANI, DI CUI SI AVRÀ MOTIVO DI MENAR VANTO».

La citazione è un verso di Isaia LX, 21 e dimostra come i dottori ebrei vivessero nell’atmosfera del profetismo, di cui intendevano interpretare e continuare lo spirito. Essi danno alla loro morale quale divisa proprio un passo di quel secondo Isaia che Renan dichiarava opposto allo spirito farisaico (Histoire du peuple d’Israel, IV, 130) e riportano nella chiusa cerchia della loro sinagoga, perseguitata dai greci e dai romani ma sempre sensibile ai grandi ideali, la visione della Gerusalemme «aperta giorno e notte per ricevere i popoli».

In quel capitolo il profeta preannunzia un’epoca di luce e di gloria per il suo popolo. Anche le genti pagane godranno delle splendide sorti d’Israele e ne imiteranno i costumi e le idee, mentre dalle più lontane regioni i figli dispersi accorreranno verso Gerusalemme, accompagnati dai doni e dagli inni delle popolazioni straniere. Sarà un’era di pace, di giustizia e di prosperità che si prolungherà indefinitamente, Il popolo meriterà per la sua virtù di rimanere in possesso della sua terra in perpetuo e di chiamarsi il popolo di Dio.

Isaia non alludeva ad un al di là ultra terreno dove gli ebrei sarebbero vissuti beati dopo la morte, per effetto della loro condotta immacolata, della santità della loro vita. Egli prediceva un’epoca della storia in cui il popolo, tornato sulla via della giustizia, sarebbe stato riscattato dall’esilio, sollevato dalle sue pene e ricondotto nel paese degli avi, dove avrebbe goduto a lungo la libertà e il possesso della sua terra. E data la vita onesta che Israele avrebbe allora condotto, dopo le sofferenze patite e il castigo sofferto, quell’era di pace sarebbe durata senza limite di tempo. Il sole della felicità non sarebbe più tramontato. È l’annuncio o la promessa dell’era messianica rappresentata poeticamente dal Profeta; è la descrizione della pace piena e duratura nel seno della nazione ebraica e fra i popoli del mondo. Questo è il «mondo avvenire» a cui si allude nella sentenza rabbinica, cioè l’immortalità del corpo nazionale in terra, non l’immortalità dell’anima individuale nel cielo.

Certo nella terminologia dei farisei, «mondo avvenire» significò non solo l’età messianica ma anche il mondo ultraterreno, dove si andrebbe dopo la morte, ed anche quell’altra età che dovrebbe succedere a quella messianica e alla resurrezione dei morti e della cui beatitudine gli antichi dottori dicevano di non avere nessuna idea (Sanhedrin, 29). «La credenza ebraica all’immortalità - scriveva Moshé Hess – è inseparabile dalla credenza nazionale-umanitaria nel Messia. Anche nel più tardo giudaismo rabbinico, l’idea della vita futura - per quanto i Rabbini vi insistano di continuo - non è mai pervenuta a distinguersi espressamente dall’idea del regno messianico. Anche il cristianesimo primitivo, fintantoché i suoi fondatori non si furono staccati dal giudaismo e dal suo culto nazionale, ebbe come base quell’idea popolare ebraica secondo la quale la resurrezione dei morti, il regno del cielo e il mondo futuro non avevano altro significato che l’era messianica, la rinascita d’Israele, il regno di Dio o il regno dello spirito (Rom und Jerusalem, lettera III).

«Israele - ha scritto più tardi Renan - è giunto all’ultima tappa del suo sforzo secolare, il regno di Dio, sinonimo dell’avvenire, e la resurrezione. Estraneo all’idea di un’anima distinta che sopravvive al corpo, Israele non poteva giungere al dogma della sopravvivenza altro che facendo rivivere l’uomo intero. L’unità dell’uomo era così rispettata meglio di quanto facessero molte scuole pretesamente spiritualiste. Queste anime restano in vita per regnare coi santi, per godere del trionfo della giustizia che esse hanno fatto sorgere, per far parte del regno eterno, in seno ad una umanità rigenerata. Ecco l’idea che ha convertito il mondo. La fede nell’avvenire è stata fondata dal popolo che ha meno creduto alla immortalità dell’individuo». (Histoire du Peuple d’Israel, IV, 327).



Ma Olàm ha-bà (mondo avvenire) è per lo più, nella lingua dei dottori, il mondo della pace e della giustizia terrena, l’era messianica che segue all’era delle discordie, degli odii e dei vizi in cui viviamo attualmente e in cui gli uomini sono vissuti in ogni secolo e paese.

«La distribuzione dei beni di questo mondo - dice una sentenza rabbinica - non ha nessuna analogia con la distribuzione della ricchezza che si avrà nel mondo futuro. Nel mondo attuale c’è chi possiede un campo di grano e non possiede un orto e viceversa; nei mondo futuro non ci sarà nessuno che non abbia possedimenti e in montagna e in pianura e in valle». Oppure: «Il mondo futuro non somiglia a questo mondo. Nel mondo presente la vendemmia e la pigiatura dell’uva sono causa di gravi preoccupazioni; nel mondo futuro invece basterà portare un chicco d’uva in un carro o in una barca e collocarlo in un angolo della casa perché basti quanto una gran botte». Oppure: «Dice il Signore: In questo mondo solo singole persone hanno avuto il dono della profezia; nel mondo avvenire invece tutti gli ebrei diventeranno profeti». Si tratta, come si vede, della prosperità economica e della perfezione intellettuale, effetto della concordia e della virtù degli uomini.

La frase «possederanno o erediteranno la terra», oltre che in Isaia, si trova più volte nei Salmi (XXV, 13; XXXVII, 9, 11, 22, 29), dove ai fidenti in Dio, agli umili, ai giusti, si promette una sede stabile e sicura nel paese avito; dai Salmi è poi passata nel Vangelo: «Beati i mansueti, perché possederanno la terra» (Matteo, V, 5) assumendo, secondo il costante indirizzo della predicazione cristiana, un significato spirituale, per cui terra vuol dire cielo e la pace e la felicità non sono più nazionali e collettive, ma individuali e ultraterrene. Per Elia Benamozegh i due termini: regno dei cieli ed eredità della terra sono sinonimi, cioè indicano una cosa sola. Lo Zohar interpreta la parola terra del verso dei Salmi citato, quale sinonimo di regno (Morale juive etc. pag. 112). In un senso analogo a quello ebraico, il termine «mondo avvenire» è rimasto anche nella letteratura evangelica: «A chiunque avrà parlato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questa età né nell’età a venire» (Matteo, XII, 32 - vedi anche Marco, X, 30; Luca, XVIII, 30) cioè nell’età messianica.

La frase di Isaia, staccata dal contesto del capitolo, che voleva essere un preannunzio di tempi lontani e perfetti, parrebbe a prima vista aver assunto nella esegesi dei Rabbini un significato assoluto ed una portata generale, quasi che agli Ebrei di qualunque tempo e luogo debba essere assicurata incondizionatamente la beatitudine eterna o la felicità terrena, per un privilegio od una elezione che li sottrarrebbe alle sorti comuni e ne farebbe la nazione infallibile e privilegiata. Ma come Isaia presupponeva una pienezza di virtù e il pentimento da parte degli Ebrei dopo il duro castigo e l’espiazione, così anche i Rabbini, ponendo quella proposizione come motto dei Pirké Avoth, che erano per loro la guida verso la santità, presupponevano che gli Ebrei, volendo ottenere in terra o in cielo la pace e la gioia, adempissero prima alle raccomandazioni contenute nelle massime dei Maestri a cui quella proposizione era premessa. L’osservanza dei precetti morali enunciati in quei capitoli avrebbe loro assicurato la felicità promessa dal profeta ai buoni e ai giusti del loro popolo. Quindi l’onesta condotta è sempre la condizione della felicità la quale è promessa tanto agli Ebrei giusti e buoni quanto ai «pii delle nazioni del mondo, che hanno parte egualmente nel mondo futuro».

L’esegesi farisaica è più logica e aderente al testo della Bibbia di quel che sembri a prima vista, anche se talvolta si ha l’impressione che i Rabbini, per nobili fini didattici o morali, non rispettino troppo il senso letterale delle Sacre scritture ma ne cerchino altri, figurati o anagogici. In questo caso essi pensano, come Isaia, ad un’età nuova e lontana, dopo l’avvento messianico o, come dice il mistico De Useda, dopo la resurrezione dei morti, che è pure ‘olàm ha-bà, in cui questo popolo, dopo aver resistito al male e alle iniquità degli uomini, dopo esser sopravvissuto alle età tempestose e tragiche della Storia ed esser stato purgato delle sue colpe, sarà restaurato nella sua funzione e fatto degno di godere del tempo sereno che spunta finalmente per Lui e per l’umanità. Moshé Hess chiamava questa felice età il sabato della storia, come i Rabbini chiamavano Sabato quel «mondo che è tutto bello». Essi dovevano confortare in qualche modo, con qualche speranza di giustizia e con qualche lieta visione, il popolo oppresso da tiranni stranieri o da tiranni indigeni, il popolo che aveva invano atteso i giorni felici sognati tornando in patria dopo l’esilio. E più d’uno avrà domandato: Di questa beatitudine futura che cosa ce ne facciamo noi che viviamo nel dolore e moriremo nell’oppressione? E allora era venuta la parola consolatrice dei dottori ad assicurare gli scettici e gli impazienti che tutto Israele sarebbe stato presente un giorno, dopo la palingenesi, a quelle beate età, come aveva già preannunziato il profeta.

A quando risale questa parola di fede dei Rabbini nella felice età serbata ad Israele, a tutto Israele? Pare che essa fosse la conclusione di una lunga disputa che ebbe luogo in seno alle classi e alle scuole della società ebraica all’alba del cristianesimo. «Molti credevano che dovessero esser pochi coloro che avrebbero meritato di partecipare alla vita immortale. I circoli giudeo-cristiani ritenevano che la grande maggioranza dell’Umanità fosse condannata alla perdizione, se il sangue del redentore non fosse venuto a salvarla ». (Dr. J. H. HERTZ, Sayings of the Fathers, pag. 4). In Matteo, (VII, 14) è infatti scritto: «La porta stretta e la via angusta menano alla vita e pochi son coloro che la trovano», oppurre (XXII, 14): «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti». A questa idea i Rabbini opponevano la loro dottrina morale, secondo la quale la felicità e il bene non dipendono da un fatto esteriore o da un principio di fede, ma dalla virtù degli uomini e quindi tutti sono capaci di ottenerli. Tutti, ebrei e pagani. «Aprite le porte ed entri la gente onesta che osserva la lealtà» (Isaia, XXVI, 2). Il Profeta non dice: «Ed entrino i sacerdoti, i leviti, gli israeliti, ma dice: entri la gente onesta». Ancora: «Io chiamo a testimoni il cielo e la terra che pagàno o ebreo, uomo o donna, schiavo o schiava, su tutti poserà lo Spirito Santo, secondo le opere che compieranno».

Fine testo ------
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Re: Cos’è il “Regno di Dio”?

Messaggioda francesco.ragazzi » lunedì 7 ottobre 2019, 8:41

Marco 12:24 Gesù disse loro: «Non errate voi proprio perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? 25 Infatti quando gli uomini risuscitano dai morti, né prendono né danno moglie, ma sono come angeli nel cielo. 26 Quanto poi ai morti e alla loro risurrezione, non avete letto nel libro di Mosè, nel passo del pruno, come Dio gli parlò dicendo: "Io sono il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe"? 27 Egli non è Dio dei morti, ma dei viventi. Voi errate di molto».

Riepilogando sul peccato Adamico :
1) Adamo è creato "vivente" e non "immortale", vivente nel senso che avrebbe continuato a vivere fin quando sarebbe rimasto in quel contesto (comunione con Dio ed accesso all'albero della Vita).-
2) Dopo l'ingresso della disubbidienza succede :
a) perde la sua innocenza (Si nasconde allo sguardo di Dio);
b) perde la sua comunione con Dio ( Dio si allontana dall'uomo);
c) perde l'accesso all'albero della Vita (e quindi ha la consapevolezza che morirà).-
3) Riguardo alla discendenza di Adamo, questa eredita la nuova natura dei genitori e cioè :
a) l'essere mortale (ed in questo caso la morte non è conseguenza dei loro peccati ma la conseguenza del peccato dei genitori (l'allontanamento dall'albero della vita).-
b) l'essere lontani da Dio e quindi inclini al peccato nel senso che se anche se nascono puri, prima o poi peccheranno e la conseguenza dei loro peccati sarà la morte seconda.-
4) L'intervento Divino tramite la missione di Yeshua ci dona la possibilità di affrancarci dalla morte seconda, anche se dovremo subire la morte prima (inerente la nostra natura ereditata da Adamo).-
5) L'umanità godrà dei benefici di questo dono (in questa vita con l'accesso alla comunione con Dio) e soltanto dopo la Resurrezione (con un nuovo corpo spirituale incorruttibile e vivente) .- Ma ciascuno nel proprio ordine :
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Re: Cos’è il “Regno di Dio”?

Messaggioda speculator » lunedì 7 ottobre 2019, 22:47

Punto 4
per non morire più (la seconda morte) dobbiamo morire (la prima morte) ???.
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