Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » sabato 12 gennaio 2019, 23:35

Ciao Leone
L’ordine delle lettere di un alfabeto, se ritenessimo di dargli una relativa importanza dovrebbe seguire un percorso secondo un senso compiuto per noi rappresenta a una forma di logica consequenziale ma assolutamente convenzionale, nella matematica è diverso, i numeri iniziano con l’uno, ogni numero è una singolarità, i numeri primi esprimono la singolarità nella loro “singolarità”, ogni numero per quanto grande sia possiede il suo nome, significante e significato in una unica espressione.
Di fatto ogni alfabeto ha le sue regole , simile a una poesia può essere recitato memonicamente, questo vale anche per l’ebraico che possiede 22 lettere e ciascuna ha un valore numerico assegnato.
La lettera א “alef” è la prima lettera dell’alfabeto e non possiede un suo suono autonomo, nel suo divenire necessità come in uno strumento a fiato una interpretazione.
Il suo valore numerico è 1, la madre di tutti i numeri, ci sarebbe aspettati che la “alef” fosse la prima lettera che apre il ciclo della Torah , invece essa inizia con la lettera ב “beth” che invece possiede un suo suono, il più semplice che possiamo in tutte le lingue pronunciare, il semplice balbettio che può riprodurre la nostra bocca anche in assenza di emissione di fiato e uso della lingua.
La “beth” ha valore numerico 2, l’inizio della pluralità che esprime la dualità.
Su questo puoi trovare molto materiale di discussione su internet.
Riguardo la ת “tau” è l’inizio della parola תורה, “Torah” parola già impegnativa nel suo definirsi.
Shalom
Noiman
noiman
 
Messaggi: 928
Iscritto il: domenica 20 aprile 2014, 22:41

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda Gianni » domenica 13 gennaio 2019, 6:17

Di certo è molto affascinante vedere nelle lettere ebraiche disegni particolari da cui trarre immagini che richiamano altre immagini e attribuire loro dei significati. È anche affascinante avvalersi dell’attribuzione di valori numerici alle singole lettere (pratica che vale anche per altre lingue, come il greco e il latino!), valori da cui ricavare per similitudine altri significati.
Personalmente, se pure affascinato, rimango perplesso di fronte a tali speculazioni, quasi le lettere ebraiche fossero cadute dal cielo così come le troviamo oggi! Esse sono invece frutto della normale evoluzione linguistica che tutte le lingue del mondo hanno subito.

Forse sarà una sorpresa per molti apprendere che il termine “lingua ebraica” non è mai usato nelle Scritture Ebraiche. Non ci si faccia ingannare dalle traduzioni. In 2Re 18:26, ad esempio, si legge: “Non parlarci in ebraico” (ND), ma il testo biblico ha יְהוּדִית (yehudyìt), “giudaico”. L’ebraico era chiamato nella Bibbia “lingua di Canaan” (Is 19:18) e “lingua giudaica” (Is 36:13). È in tarda epoca che si menziona l’“ebraico”, e ciò si trova non nella Bibbia ma nell’apocrifo Siracide (Ecclesiastico), in 1:1, in cui compare la parola greca εβραιστὶ (ebraistì), “ebraico”.

L’ebraico, biblicamente inteso, fu la lingua parlata degli ebrei dalla conquista della Terra Promessa (l’ebraico è la continuazione della lingua cananea) fino al primo secolo prima della nostra èra. È in questa lingua che sono stati redatti i libri sacri che compongono le Scritture Ebraiche, eccezion fatta per alcune brevi sezioni in aramaico, che si trovano in Esdra 4:8–6:18;7:12-26; Geremia 10:11 e Daniele 2:4b–7:28.

Come si sa, l’alfabeto fu inventato dai fenici. Il fenicio è una lingua semitica. L’alfabeto fenicio si deve al proto-cananeo. Dal fenicio si evolse l’alfabeto aramaico (divenuto la scrittura ufficiale dell’impero persiano). A quanto pare, è dall’alfabeto aramaico che discendono tutti gli alfabeti moderni. Inizialmente le lettere dell’alfabeto rappresentavano il suono iniziale di una parola. Ad esempio, nel proto-cananeo la parola “ruota” si diceva tet; il suono iniziale “t” era perciò rappresentato da un segno che disegnava la ruota (simile alla nostra O con dentro il segno x, simboleggiante i raggi della ruota); è facile comprendere la somiglianza della lettera ebraica tet (ט) e della lettera greca theta (Θ) con quel segno.

Quanto al tau/tav, nell’aramaico arcaico era simile ad una croce, e così anche nel cananaico; in greco e in latino assunse la forma T. È nell’aramaico qumranico e nell’ebraico che divenne come l’attuale tav (ת) ebraico.
Avatar utente
Gianni
Site Admin
 
Messaggi: 6148
Iscritto il: giovedì 12 marzo 2009, 11:16
Località: Viareggio

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda bgaluppi » domenica 13 gennaio 2019, 8:22

Ciao Gianni, la Stele di Mesha infatti è scritta in lingua moabita, che era una lingua semitica derivante dal fenicio e piuttosto simile all'ebraico. È impressionante riscontrare come la stele sia una testimonianza archeologica della veridicità degli accadimenti biblici descritti nel Primo e nel Secondo Libro dei Re. Persino certi luoghi geografici corrispondono, come ad esempio Nebo e Gad...
Avatar utente
bgaluppi
 
Messaggi: 8455
Iscritto il: domenica 28 dicembre 2014, 8:13
Località: Torino

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » sabato 19 gennaio 2019, 0:35

Ho letto con attenzione quanto ha scritto Antonio riguardo al Nome di D-o e ho trovato anche molto interessante il link indicato da Stella sul sito “ Sguardo a Sion “.
Commento anche la perenne affermazione di Michele “Colui che è” con qualche perplessità e distinguo.

Antonio ci ha scritto:
Non è scritto qui לֹא הוֹדַעְתִּי, "ma il Mio Nome YHWH non l'ho fatto conoscere loro", ma לֹא נוֹדַעְתִּי, "Non sono diventato conosciuto." [Ie,] Non sono stato riconosciuto da loro con il Mio attributo di mantenere fede, a forza di cui il mio nome è chiamato YHWH, [che significa che sono] fedele a verificare le mie parole, perché ho fatto promesse a loro, ma non ho adempiuto [loro mentre erano vivi].”

"Dunque ecco risolto l’arcano. Non è che i padri non conoscessero il nome. Questo versetto spiega che Dio non si fece conoscere loro secondo il significato che il nome esprime: “io sono colui che sono”, o “sarò colui che sarò”, ossia “io sono fedele e realizzo ciò che prometto”. Da ciò impariamo una volta in più quanto in certi casi la traduzione non basti e quanto sia necessario capire bene il senso che il testo ebraico esprime." Bgaluppi.

Provo a fare qualche considerazione riguardo Shmot 3/14 e anche sul Nome di D-o, cercando di non divagare troppo.

כי אהיה עמך “ Io sarò con te”(Shmot 3/1) è la prima affermazione da parte di D-o che leggiamo nel libro di esodo, parole che riguardano la liberazione di Israel dalla schiavitù in Egitto, nel libro di Bereshit abbiamo letto le avvenimenti di grandi uomini , assistito alle guerre di pastori, tribù , re , vacche grasse e magre, il libro di Shmòt inizia menzionando ancora una volta i nomi dei figli di Israel, la ripetizione è apparentemente superflua e ancora una volta vengono menzionati i loro nomi, 70 è il numero dei discendenti di Jacov , questo è l’inizio del libro di Shmot, i nomi .

Tutto questo è simile a quando si viene invitati a una festa, è uso che il padrone di casa faccia le presentazioni annunciando gli ospiti , in genere viene fatto menzionando il loro nome , cognome , citando i loro titoli in una sorta di assegnazione di rango e distinzione, è anche consuetudine che il padrone di casa si presenti a ogni invitato, soprattutto quando questa persona gli è sconosciuta.
Scriveva Sforno riguardo al nome: ”Il Nome è indice della forma (zurah), della costituzione della figura, del ritratto personale , la “forma” è la causa essenziale dell’attività specifica di quella data persona. Nome sarebbe, secondo un Midràsh antico, sinonimo di potenza (‘ozem ghvurathò). “Ti ho lasciato vivere” disse Moshè al Faraone per incarico di D-o, per farti vedere la mia potenza, e perché sia divulgato il mio Nome in tutta la terra.
(Dante Lattes -Nuovo commento alla Torah)

E Moshè chiese al Signore: “Ecco quando mi presenterò ai figli di Israel, e annunzierò loro:Il Signore dei vostri padri mi manda a voi”, se essi mi chiederanno qual è il nome di Lui che cosa dovrò rispondere ?” (Shmòt 3/13) (esodo).

Questa domanda ha da sempre incuriosito studiosi ebrei e cristiani e aperto la strada per nuove esperienze sul significato del Nome nella letteratura biblica e in particolare nel Tanach.
Nel pensiero ebraico biblico il nome non è una semplice attribuzione di identità o distinzione semantica, un semplice marcatore senza un particolare significato, noi siamo abituati da sempre a collegare il nome a una immagine , troviamo difficoltà con i nomi di persone che non mostrano somiglianza a nessuna immagine, suoni umani senza un significato, da qui inizia la nostra difficoltà di comprendere una mentalità irrazionale che trova la sua ragionevolezza in una prelogica arcaica che attribuisce significati a simboli e aspetti di identificazione oggi non compresi , banalizziamo il naturale collegamento del mondo antico dello spirito che insieme alla carne si congiungono nel nome , importante e grande in rinomanza quando riteniamo che lo spirito si sia fatto carne.
L’uomo antico comprendeva meglio di noi l’esiguità della vita umana e si confrontava con un paesaggio di una fisicità maestosa, la rigogliosa manifestazione della natura e il confronto con la sua “non conoscenza” era alla ricerca di spiegazioni razionali per attribuire un significato supplementare alla singolarità e miseria terrestre dell’individuo, il tentativo di cogliere la sua essenza e poi di distinguere una copia da un originale.
Valgono bene le parole
ברוך אתה יי המבדיל בין קדש לקדש
Benedetto sei Tu o Signore che distingui una santità dall’altra
Il Nome doveva seguire il titolo del rango sociale e definire assolutamente l’origine del casato , natura e l’essenza dell’ individuo , una sorta di stratificazione e integrante del valore della persona, questo non escludendo il rapporto con il divino.

La domanda che pone Moshè è di conoscere la sua natura, cioè di rivelarsi, la stessa richiesta contenuta nel capitolo 33/13 del libro di Shmot risulta più comprensibile se consideriamo con occhi diversi e meno occidentali questa parte di medio oriente dominata da popolazioni che credevano a tante deità, vive o morte , dedicate al bene o al male, fatte di pietra o di legno, quasi come noi oggi crediamo allo Spirito Santo e alla resurrezione, in definitiva la richiesta di Moshè era una garanzia supplementare per distinguere il D-o degli schiavi discendenti di Avrahàm dagli dei che l’Egitto adorava.

Alberto Somekh in un commento pone la domanda: “ che se facevano gli ebrei del nome di D-o? Il suono di questo nome sarebbe stato sconosciuto.
Aggiunge Somekh “La richiesta di Moshè era un’altra:”insegnaci a pregare” o piuttosto “dacci la password affinché la nostra Teffilàh sia ascoltata”

Da qui la celebre risposta di D-o :
ויאמר אלהים אל משה אהיה אשר אהיה “ “Vaiomèr Helohìm al Moshè hejè asher hejè” Shmot 3/14, traducibile come: “E disse Il Signore a Moshè, sarò quel che sarò” , altri ancora traducono “ io sono quello che sono”( Volgata ) , la Settanta traduce “Io sono Colui che è ”, in ogni caso le varie versioni non si spingono oltre l’aspetto grammaticale nell’azione del verbo, riportando al futuro o al presente secondo le preferenze interpretative del traduttore , il denominatore comune è la visione estetica e filosofica che non riflette il significato originale di “essere, omettendo i significati incompresi della affermazione e trascurando la profonda differenza strutturale, di fatto limitandosi alla sola “esistenza statica contemplabile”, escludendo la mobilità del divenire nel senso relazionale come invece appare evidente nelle parole in Shmot 3/14.
Nella traduzioni dei testi biblici in ebraico le suddivisioni per versetto, le virgole e la punteggiatura modificano la cantica iniziale, il respiro naturale del testo viene ingessato favorendo sempre la lingua di destinazione, trasformando il “suono originale” in letteratura, i profumi si sono mischiati con gli odori, il passo di Shmot 3/14 è stato trasformato in un indovinello teologico , l’affermazione della esistenza divina viene ridotta attraverso la banalizzazione del verbo “essere” privilegiando il nostro concetto del divenire secondo la nostra prospettiva del futuro , ignorando la temporalità dell’azione nel” divenire” ebraico.

Rambam afferma che il mistero di questa affermazione è contenuta nella ripetizione del verbo essere in forma di proposizione evolutiva e scrive: ”Colui che richiede che si menzioni la proposizione relativa legata ad esso, perché è un termine manchevole, che ha bisogno di un legame…[….] E’ come si spiegasse che l’oggetto dell’attribuzione e l’attributo coincidono; e questo spiega che Egli esiste, ma non mediante l’esistenza”
(Maimonide- La Guida dei Perplessi 106/20).

L’ebraico non utilizza il verbo” essere” come “copula” e riduce al minimo il significato di “ essere”, il verbo è movimento, mobile nel “divenire” e statico nell’essere stato” , linguisticamente considera due condizioni verbali che definiscono “perfetto e imperfetto”, nel caso dell’Essere come potenzialità teosofica si carica di mobilità e dinamismo supplementare
L’insegnamento che possiamo trarre è che “essere” è movimento, la mutabilità dell’azione è il Nome nel suo divenire, significato e significante sono mobili , D-o si manifesterà nel modo con cui ritiene di rivelarsi attraverso il NOME e gli attributi che riterrà opportuni.
D-o ha destinato il suo nome al manifestarsi nella dimensione fisica e quella temporale.
Luzzato suggeriva: ”Sarò quello che sarò, vale a dire farò per voi quello che non feci finora”
אהיה שלחני אליכם dovrai dire “ Io sarò mi manda a voi”(Shmot 3/13) (esodo), non è forse una dimensione nel divenire?



Fine prima parte.
Noiman
noiman
 
Messaggi: 928
Iscritto il: domenica 20 aprile 2014, 22:41

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda Michele » sabato 19 gennaio 2019, 0:44

E quindi cosa dovrei scrivere al posto di COLUI CHE E'?
Avatar utente
Michele
 
Messaggi: 2410
Iscritto il: martedì 1 aprile 2014, 11:51

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda bgaluppi » sabato 19 gennaio 2019, 3:50

Michele, in italiano lo chiamiamo col termine Dio... :-) Oppure chiamalo HaShem, che significa "il Nome".
Avatar utente
bgaluppi
 
Messaggi: 8455
Iscritto il: domenica 28 dicembre 2014, 8:13
Località: Torino

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » sabato 19 gennaio 2019, 11:59

da Michele » giovedì 3 gennaio 2019, 20:10
“Ci sono due strade, a quanto sembra di capire:
1- L'uomo che cerca Colui che è
2- Colui che è cerca l'uomo

Io vedo diverse implicazioni, ne accenno alcune:
1-cercare Colui che è non è una cosa sbagliata, per quanto possa apparire
2-se è Colui che è a cercare l'uomo, allora l'uomo è privilegiato ma ha anche una responsabilità maggiore
3-l'uomo non si è auto-creato ma è una creatura di Colui che è
4-in definitiva Colui che è non fa favoritismi tra popoli, ma Colui che è si fa conoscere per attirare tutta l'umanità a Se
5-per Colui che è, un popolo vale l'altro, ma il fine è sempre quello
6-che un popolo si sia conservato durante i secoli è dipeso al 99%, dalle usanze di questo popolo, dalle leggi sul matrimonio, ecc.
7-Colui che è ha mandato suo Figlio, o un profeta o un maestro (a seconda quello che si crede) e il popolo che si era scelto lo ha condannato a morte”



Caro Michele, sostituire D-o come “colui che è”, diverse volte in solo poche righe mi è sembrato provocatorio, forse non hai gradito chi per prima ha osservato la ridondanza della affermazione , l’uso eccessivo e improprio anche se l’espressione rimane giusta.
In alternativa potresti provare con “COLEI CHE E”…. nakòn ? :YMHUG:

Noiman
noiman
 
Messaggi: 928
Iscritto il: domenica 20 aprile 2014, 22:41

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda Michele » sabato 19 gennaio 2019, 12:12

Certo, ma sono due cose diverse. La ripetizione si può ovviare non scrivendo sempre lo stesso nome, e invece cambiare termine può avere un altro significato. Per esempio con HaShem oppure con D-o. Assicuro che non si tratta di provocazione. Poi se la si vuole interpretare così, non sono io che posso far cambiare idea, anzi mi sembrava un nome decoroso e in sostanza che rispettasse le scritture...va bhè, ognuno poi ...
Avatar utente
Michele
 
Messaggi: 2410
Iscritto il: martedì 1 aprile 2014, 11:51

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda Gianni » sabato 19 gennaio 2019, 14:56

Antonio suggerisce a Michele di chiamare Dio col termine Dio. Io sono grato che non lo chiami Utente dell'universo.
Avatar utente
Gianni
Site Admin
 
Messaggi: 6148
Iscritto il: giovedì 12 marzo 2009, 11:16
Località: Viareggio

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda Michele » sabato 19 gennaio 2019, 16:04

Sbagli ancora utente Gianni, l'utente bgaluppi ha indicato di nominarlo con HaShem, ovvero "il Nome". Mi fa sorridere il fatto che intervieni su questo, ma non hai risposte da dare quando si formulano domande sulle scritture, se non rimandare ai dogmi che hai stabilito e formattato in tante schede
Avatar utente
Michele
 
Messaggi: 2410
Iscritto il: martedì 1 aprile 2014, 11:51

PrecedenteProssimo

Torna a Scritture Ebraiche

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 2 ospiti