Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » domenica 11 dicembre 2016, 1:21

Colgo l’occasione del suggerimento di Stella per rispondere alla domanda su Bereshit 3, capitolo 8 dove si parla del “Signore che percorre il Gan Eden nella brezza del giorno e qualche considerazione su Bereshit capitolo 3.

Inserisco questa mia osservazione nella cartella “interpretazione delle scritture ebraiche”
Per Stella “nessun trattato talmudico” anche se ci sarebbe da aggiungere molto , solo qualche osservazione partendo dal testo originale che generalmente riporta in traduzione il senso comune, ne fornisco alcune versioni tratte da le edizioni più conosciute:

E udirono la voce dell’Eterno Iddio il quale [i]camminava nel giardino sul far della sera , e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell’Eterno Iddio, fra gli alberi del giardino, e L’Eterno Iddio chiamò l’uomo e gli disse:”Dove sei? “E questi gli rispose: Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perché ero ignudo e mi sono nascosto. E Dio disse.”chi t’ha mostrato ch’eri ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero del quale io t’avevo comandare di non mangiare?”[/i](genesi 3/8) (luzzi)-

Oppure : “ Udirono nel vento del giorno, il rumore del Signore Dio che incedeva nel giardino, e l’uomo si nascose con sua moglie dalla presenza del Signore Dio, fra gli alberi del giardino. Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?. Ed egli rispose: “Ho udito nel giardino il Tuo rumore, ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto”. Dio gli replicò: “Chi ti ha fatto avvertito che sei nudo ? Hai forse mangiato dell’albero del quale ti avevo comandato di non mangiare? (ed. 1976 Disegni) (Giuntina).

Ancora :
"Poi nell’aura del di , udirono la voce del Signore Iddio che camminava nel giardino, Adamo con sua moglie si nascose dal cospetto del Signore Iddio per mezzo degli alberi del giardino. E il Signore Dio chiamò Adamo, e gli disse: Ove sei?. Ed egli disse: Io intesi la tua voce per lo giardino, e temetti; perciocchè io era ignudo, e mi nascosi. E Iddio disse “”Chi ti ha mostrato che tu fosti ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero del quale io ti avea vietato di mangiare?”(Diodati-Società Biblica Americana, 1910).

Infine:
”Udirono poi la voce di Geova che camminava nel giardino verso l’ora del giorno in cui soffia la brezza e l’uomo e sua moglie andarono a nascondersi dalla faccia di Geova Dio fra gli alberi del giardino. E Geova Dio chiamava l’uomo, dicendogli:”dove sei?. Infine egli disse:”Ho udito la tua voce nel giardino, ma ho avuto timore perché ero nudo e perciò mi sono nascosto. Allora disse: ”Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?. Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare? Edizione TNM.

Le versioni sono abbastanza simili, non esistono differenze importanti, di rilevabile è solamente in periodo temporale in cui Il Signore si mostra nel giardino, alcune “sul far della sera, altre sono più generiche, altre collocano l’episodio all’alba, l’aurora.
Ora vediamo il testo originale e cerchiamo di ritrovare qualche insegnamento supplementare,

וישמעו את-קול יהוה אלהים מתהלך בגן לרוח היום ויתחבא האדם ואשתו מפני יהוה אלהים בתוך עץ הגן ,ויקרא יהוה אלהים אל- האדם ויאמר לו איכה , ויאמר את-קלך שמעתי בגן ואירא כי-עירם אנכי ואחבא, ויאמר מי הגיד לך כי עירם אתה המן-העץ אשר צויתיך לבלתי אכל- ממנו אכלת

Ora vi propongo una traduzione quasi letterale, ma perché quasi ?
La traduzione parola per parola come è scritta in ebraico prevede la conoscenza di alcuni semitismi che nella lingua europea sono sconosciuti o solamente trascurati, mi riferisco alla presenza del verbi “avere o essere” che nell’ebraico sono omessi perché non costituiscono “costrutto” con il soggetto, ma sono sottintesi in una forma grammaticale essenziale, tuttavia assolutamente determinante nel contesto.

E ascoltarono il suono di יהוה אלהים, traduzione letterale “ che era camminante(camminava) nel soffio del giorno, [non è menzionato il periodo temporale nel senso che noi attribuiamo] , il soffio del giorno è comunque attribuibile all’alba, nelle ore in cui la natura si risveglia e usciti all’aperto si percepisce il movimento dell’ aria del nuovo giorno), il Bereshit Rabbà interpreta la parola מתהלך “mehallèk “andava “ come la voce che andava qua e là, saltava e saliva , quasi come D-o non volesse trovare la sua creatura, poi leggiamo in originale l’espressione את-קול et kol traducibile come “il suono” è in genere riportata come “ la voce”, “ e adamah e sua moglie si nascose da אלהים יהוה , ( nel testo il verbo è singolare!), poi il nome completo di D-o, tetragramma più Elohim, nascosto da מפני, la faccia di D-o, per mezzo all’albero del giardino, (non è scritto tra gli alberi del giardino, il semitismo tuttavia include la possibilità che anche se l’espressione singolare possa essere intesa nella forma plurale, tuttavia un insegnamento supplementare può anche fare pensare che essi si nascondessero tra la pianta che cresceva in mezzo al giardino, בתוך , “in mezzo” è anche leggibile tramite la pianta (albero) al singolare, ci sono forse ulteriori implicazioni ? si! E vanno ricercate nel sefer di Bereshit .

D-o chiamo l’uomo e disse lui איכה , dove sei.
E’ una domanda anche se nel testo ebraico non esiste il punto esclamativo il ?
La risposta di adamah è una affermazione , notiamo che (אשתו) “ishtò”la moglie di lui” non è citata, la domanda è solo per l’uomo, la risposta è una affermazione che ripete quello che abbiamo già letto, “ascoltai il suono( la voce) nel giardino e temetti poiché ero nudo(io sono nudo), di nuovo non è citata la donna.
Ci sfugge qualche cosa? L’affermazione di adamah è cronaca, le parole confermano esattamente quanto descritto, la consapevolezza di essere nudo e il timore della presenza di D-o.
Forse la soluzione il rimedio erano ancora possibili, questa chiave di lettura la possiamo dedurre dalle parole che D-o pronuncia quando chiede all’uomo aiekka “dove sei” , una domanda che sottovalutiamo nel significato perché noi immersi nel decifrare il racconto ci sfugge , D-o non può giocare a nascondino nel suo mondo, l’espressione è volutamente antropomorfica, ci trae in inganno e assopisce il significato. Se D-o che conosce ogni cosa oltre il tempo chiede a l’uomo dove sia non può che essere un modo di indurci a riflettere.
Aiekkà” può anche essere letta come “èkà “ahimè! Era tutto questo nelle aspettative del Santo?
Un altro insegnamento potrebbe essere che di fronte a questa domanda l’uomo invece che difendersi in una ripetizione avrebbe potuto dichiarare il suo errore, insieme alla donna e forse anche al serpente. Tutti avrebbero potuto fare “teshuvà” che in ebraico oltre perdono significa anche ritornare sui propri passi, in questo caso riconoscere l’errore.
L’espressione che utilizza D-o non è compresa da adamàh , leggiamo in seguito che invece di una confessione di una colpa l’uomo trasmette la responsabilità alla donna nelle parole :“donna che mi hai dato”. Non è un dialogo ma una affermazione.
La nudità, la stessa radice trilettera che significa astuto, ci perdiamo qualche insegnamento, se queste parole sono riconducibili significa che richiedono uno sforzo interpretativo, quale potrebbe essere?
Forse in seguito.
Shalom
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda stella » domenica 11 dicembre 2016, 3:11

GRAZIE NOIMAN :-) ...
tutto la spiegazione e' interessante ,come sempre detto ci trasporti ''mi trasporti'' in una dimensione ''' ;;)

Ma una piccola parte della tua risposta l'ho ''trasportata'' nel mio salotto ...e' li che vorrei approfondire da sola se ci riesco ... ;;)
SHALOM :-)
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » sabato 7 gennaio 2017, 1:39

DONNE E SERPENTI
Questo è il titolo di un lavoro estratto da una mia cartella che studia secondo l’interpretazione ebraica la prima parte di genesi 2, qualche cosa di simile è stato già postato nel vecchio forum e anche nei “quaderni” di Gianni nel suo sito.
Mi fa piacere sottoporvi una parte di questo lavoro che inserirò in due o tre volte.


ויצמח יהוהאלהים מן-האדמה כל-עץ נחמד למראה וטוב למאכל ועץ החיים בתוך הגן ועץ הדעת טוב ורע

Il Signore D-o fece uscire (dal terreno “Adamàh) tutti gli alberi dall’aspetto piacevole e dal frutto buono a mangiarsi e l’albero della vita חיים nel mezzo del giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.”
Queste parole che tutti conosciamo introducono la presenza dell’uomo nel giardino in Eden, nella prima parte la descrizione del primo uomo sembra riferirsi a una condizione spirituale, in genesi 2 il racconto si arricchisce di particolari , dal generico si entra nel dettaglio anche se l’intenzione non è quella di narrare attraverso la descrizione particolareggiata la natura del giardino, nonostante l’aggiunta di alcuni particolari lo scopo del racconto è solo quello di consegnare un insegnamento attraverso simboli che per essere compresi sono calati nell’ordinario.
I frutti nel loro senso generico li conosciamo, sappiamo che possono provenire da qualunque vegetale , siamo indotti a considerare “frutto” solo quello che consideriamo comprensibile e commestibile. I frutti di “non alberi “ci sfuggono o vanno ricercati e riconosciuti con più attenzione, per gli alberi il frutto è facilmente riconoscibile , tutti noi siamo stati contadini o coltivatori, anche per un pastore il frutto è l’agnello che porta in grembo una pecora, simile anche se diverso a quello del contadino che osserva le piante nei suoi campi.
L’ambiguità del frutto la ritroveremo nelle offerte che Hevel e Khaìn porgeranno al Signore nel capitolo successivo.
Dunque il Santo ha piantato due alberi nel giardino, il primo nel mezzo: “ L’albero della vita”, il secondo albero è “ l’albero della conoscenza del bene e del male”.
Sono alberi che appartengono al giardino, ma sono differenti da tutti gli altri alberi, il testo ne fa distinzione nominandoli, il primo è identificato nella sua posizione , il secondo è solo nominato, oltre alla loro fisicità manifestano una profonda implicazione con il mondo spirituale , questo in genere sfugge al lettore biblico che tende ha sottovalutare queste presenze e si concentra sui significati antropomorfici immediati del racconto, eppure il testo attraverso alcune sottolineature cerca di distinguere questi due alberi da tutti gli altri circostanti , lo fa attraverso una serie di congiunzioni e sottolineature grammaticali non evidenti nelle traduzioni , ma presenti nel testo ebraico suggeritore di significati suppletivi.
La mistica ebraica ha anche ipotizzato che l’albero fosse uno solo, il testo di Bereshit non specifica la posizione e la distanza che li separavano , neanche è descritto il loro aspetto, leggiamo che l’albero della vita è posto al centro al giardino, dell’albero della conoscenza non è indicata la posizione , nell’immaginario esso può essere ovunque, per la mistica ebraica esso addirittura poteva crescere insieme all’albero della vita, due alberi uniti ma proiettati in due direzioni opposte, questa interpretazione suggerisce che gli alberi fossero intrecciati tra di loro partendo dalle radici, l’albero della vita è “asè tov” “fai del bene”, l’albero della conoscenza del bene e del male è invece “sur merà” “fuggi dal male”.
Essi rappresentano i precetti di questo mondo, “sur merà”, e “asè tov”.

Le traduzioni comunemente traducono ועץ החיים בתוך הגן ועץ הדעת טוב ורע
Dove בתוך betoch è un termine che può anche significare “nel ” all’interno, la lettera ב se proposizione giustifica questa lettura.
La scelta dei traduttori di indicare “in mezzo al giardino” è forse suggerita dall’esigenza di precisare la posizione di almeno un albero per poi cercare di orientare l’albero della conoscenza.
L’ambiguità testuale sembra fatta apposta per confonderci da un lato, ma nello stesso è uno stimolo che ci suggerisce di indagare meglio il racconto che volutamente omette questi dettagli importanti , il contrario di altre parti della Torah dove descrizione di azioni o luoghi utilizzano molti particolari , le ripetizioni sembrano voler fornire ulteriori dettagli.

Apparentemente i concetti sono due e opposti, ma nel pensiero ebraico si aggiunge una terza posizione, non basta fare “ il bene”, ma occorre allontanarsi dal male e questa condizione viene prima della seconda.
I due concetti sono opposti , si intersecano contigui e contradditori; non faccio il male? …..Allora vuole dire che così sto facendo del bene, questo pensiero può valere anche all’opposto. Questo pensiero nel mondo occidentale è confuso dal compromesso.
Non è possibile fare il bene senza prima allontanarsi dal male.
Se la prima coppia avesse mangiato dall’albero della vita avrebbe acquistato la santità in una condizione diversa dove la conoscenza era solo il bene.

Sappiamo invece che è avvenuto il contrario e l’uomo attraverso la sua scelta ha mescolato il bene con il male, ecco perchè la Torah scrive : “ho mangiato e ne mangerò”, definendo il male come elemento che accompagnerà il futuro dell’uomo in attesa della redenzione che nell’ebraismo non significa solo rimediare al peccato ma ritornare nello stato di “teshuvàh” , un ritorno allo stato precedente.
Non è la discussione adatta per approfondire i concetto di male e di bene, neanche della loro preesistenza alla creazione, ci si deve per ora limitare a studiare attraverso il testo una possibile lettura supplementare.
La scelta della prima coppia umana fu quella di fare per la prima volta una distinzione , attraverso una scelta che di fatto isolò l’albero della vita da quello della conoscenza verso cui rivolsero il loro desiderio.
Questo concetto è stato indagato e commentato da molti studiosi, lo stesso pensiero e lo sviluppo della kabalà trae ispirazione dal principio della separazione.
Una volta distrutta l’armonia dei due alberi nelle vite degli uomini, cominciò il dominio dell’albero della Conoscenza.” (Sholem- La crisi della tradizione del messianismo ebraico.)
La Torah quando si riferisce all’albero utilizza l’espressione הדעת טוב ורע “conoscenza del bene e male” (Bereshit 2/9) (genesi) , la parola impiegata,
דעת “da’at” “conoscenza” nell’ebraismo ha un significato supplementare che va oltre al generico e al significato che noi attribuiamo, in seguito proverò a spiegarmi meglio.
Se l’albero è unico, male e bene sono uniti , solo la conoscenza li può separare e fare la distinzione, l’albero della conoscenza è anche “l’albero della morte” , perché non consumando il suo frutto non si ottiene la vita.
Essi sono il vero controllo del giardino con tutto quello che sta sopra e sotto, sono al centro della Torah che è già stata scritta nel suo divenire.
L’albero della vita è la conoscenza pura e istantanea, l’albero divino in cui non ci sono ambiguità , una dimensione dove non esistono “klippòt” i gusci che arginano la vita, non esistono morte e resurrezione.
Sappiamo che la scelta che faranno il primo uomo e la sua donna è per l’albero della conoscenza e non per l’albero della vita , il contrario che uno poteva aspettarsi, prima la vita eterna , poi la conoscenza.
Riassumendo l’albero della conoscenza del bene e del male è bipolare, l’altro è invece l’albero della sola vita e non della morte come comunemente viene definito, questo perché la morte è un processo incluso nel processo della vita”.

In realtà il testo ebraico non rivela quale albero e l’aspetto del suo frutto, non sono attribuibili qualità magiche o sovrannaturali, l’unica differenza che il testo sottolinea è la proibizione di consumarne il frutto, unico suo limite per definizione.
Secondo una tradizione rabbinica D-o avrebbe detto: “ Io mi sforzo di non fare del male a nessuna delle mie creature, e non ho fatto perciò conoscere a nessun essere umano il nome dell’albero da cui mangiò Adamàh, perché quest’albero non debba arrossire di fronte agli uomini” (Tachumà, Wajerah, 53 a).

Il limite era forse nella fisicità del frutto e nella temporalità di un frutto che non è sempre frutto, il valore simbolico del frutto ci obbliga a ulteriori riflessioni. Forse il “peccato di Adamàh fu di non aver saputo attendere che il divieto cessasse”. Per quanto tempo ?
Adamàh fu creato alla vigilia del settimo giorno alla vigilia dello shabbat, dove ci sarebbe stato il kiddùsh la santificazione del sabato attraverso il frutto della vite, il vino che rappresenta il massimo risultato che si può ottenere dalla trasformazione del frutto della vite, attendendo quel momento forse era possibile che il divieto sarebbe stato superato.
Ma sappiamo che le cose andarono in un altro modo e in seguito la Torah dovette essere riscritta, ciò che sembrava immobile si rimise in movimento, il pendolo della creazione fermo alla fine del sesto giorno inizio a muoversi ma scandendo un tempo diverso, le lettere cambiarono il loro ordine, nessuna venne sottratta ma esse si impegnarono in sequenze e spazi nuovi per riscrivere una diversa storia, le 22 lettere si dovettero rivestire con le vesti dell’albero della conoscenza per discendere nel nuovo regno e per essere donate all’uomo.
La morte è diventata reale come la nascita.
Solo tramite il “tikkùn “predominerà l’albero della vita. Scusate la divagazione!
Ritorniamo al testo originale per ulteriori riflessioni.
Il signore ordinò all’uomo dicendo: da ogni albero del giardino אכל תאכל “mangiare”mangerai. (Bereshit (2/16) (genesi)
E dall’albero della conoscenza del bene e del male לא תאכל “lo tochalnon mangerai perché il giorno che ne mangerai מות תמות“morire” morrai “. Che è traducibile come “certamente morirai” (Bereshit 2/16/17).(genesi).
Adamàh riceve un ordine in due sequenze diverse, una mizvà di tipo negativo: “ “non devi mangiare”, ma anche una positiva” devi mangiare”, l’interpretazione ebraica ne fa differenza e distinzione introducendo il concetto della “kavanà” , “l’intenzione” e sottolinea che per mangiare i frutti degli alberi consentiti non è richiesta “kavanà”, mentre essa è necessaria per l’albero della conoscenza.
Questo è un pensiero sottile e sfugge a una prima lettura del testo.
Dobbiamo anche osservare che la donna quando Adamàh ricevette la proibizione di nutrirsene non era presente, doveva ancora essere tradotta dal l’uomo, non sapeva della proibizione , perché immaginiamo che essa non ricevette l’ordine divino esattamente come D- o aveva pronunciato .
Dopo che la donna fu estratta da Adamàh il libro della genesi sembra scorrere come un film dove manca il sonoro.
Tutto il testo scorre nella apparente razionalità, i concetti di obbedienza e disubbidienza ci sottraggono da altre possibili interpretazioni, tutto il racconto ci induce a condividere una lettura monologica e sottovalutare altri aspetti , impedendoci di decodificare i significati che per noi sono assolutamente evidenti, a cominciare con l’inganno del serpente e l’apparente ingenuità della donna.
Adamàh non parla con la donna, non è menzionato nessun dialogo tra di loro, non sembrano una coppia uomo- donna, il primo dialogo inizierà solo con Hevèl e Khaìn , ma queste sono parole pronunciate fuori dal Gan Eden sotto il segno della violenza; La donna parla con il serpente, questo è l’unico dialogo che assistiamo. Essa racconta e il serpente interroga .
Immaginiamo il giardino dell’Eden come un palcoscenico di un teatro ristretto.
I personaggi sono: D-o, Adamàh , la donna, l’albero della conoscenza , l’albero della vita, infine il serpente.
Abbiamo già considerato la natura degli alberi, uno è bipolare e separa la conoscenza del bene e del male. L’altro è l’albero della vita, non si riferisce alla morte ma essa è la condizione opposta alla vita inclusa nella vita attraverso l’alternanza.
Se vogliamo possiamo riordinare queste presenze in coppie , ne possiamo comporre tre: Adamàh e la donna, poi i due alberi , infine D-o con il serpente.
Riusciamo accettare il concetto che tutto è in coppia?
Come è scritto fin dall’inizio Il Santo fece “ la luna e il sole”, tutte le creature furono generate in coppia e create secondo la loro specie, “maschio e femmina” , in teoria anche il serpente era una creatura come le altre e poteva avere la sua compagna, alcuni racconti del Midrash affermano che all’inizio il serpente non strisciava affatto sulla terra ma si ergeva in piedi al pari di Adamàh , parlava la lingua del giardino dell’Eden.
E’ anche possibile immaginare che esso fosse preesistente alla creazione, esiste una speculazione cabalista secondo cui la prima coppia umana fosse stata generata come due esseri uniti di schiena, incapaci di guardarsi in faccia, il serpente divenne lo strumento che si servi il Santo per separarli, utilizzo come una spada affilata il serpente, il midrash interpreta la forma della lettera ו “vav simile alla forma del serpente , una tradizione narra che la “vav” come una spada affilata fu lo strumento che divise l’uomo androgino generando le nature maschili e femminili.

E’ singolare che la lettera “vav” appaia ingrandita esattamente alla metà della Torah che è di 304.805 lettere, questa lettera ingrandita occupa la posizione della 152.403 esima lettera, quasi la metà e questo lo possiamo verificare in vaikrà 11/42. (levitico), dove troviamo scritto:
כל הולך על-נחון וכל הולך

“Ogni andante sul ventre”
La parola nel testo è scritta con la ו“vav” ingrandita חוןג“ gachòn” che significa “ventre”, tutto ciò che si muove sul ventre alludendo al serpente e ai rettili.

Fine prima parte
Noiman
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » domenica 8 gennaio 2017, 1:30

Faccio una parentesi per rispondere a un paio di mail ricevute, in particolare una cara amica che ci segue sul forum,le domande che pongono riguardano il concetto del male nel mondo , la possibilità della riparazione attraverso “tikkun” e “teshuvà
Il primo male come un contaminuti ci conduce tutti inesorabilmente alla morte , il secondo l’opposto del bene lo vediamo ogni giorno prevalere intorno a noi.
L’argomento è complesso, possiamo includere anche la fine che fa il cerbiatto nelle fauci del lupo.
Qoelet scrittore e pensatore ebreo che visse quando gli ippopotami sguazzavano nel Tevere già scriveva: “Osserva l’opera di Dio, chi potrà riparare quello che Egli ha fatto storto”. E casualmente subito dopo:“ Vi è un giusto che muore nonostante la sua giustizia e c’e il malvagio che vive a lungo malgrado la sua malvagità.
Queste parole terribilmente attuali ci riportano al concetto del male e del bene e alla domanda posta da alcuni di voi su cosa ne pensa l’ebraismo ….. argomento complesso non facile da trattare, di questo se ne può parlare in un’altra discussione.
Quindi la risposta che vi propongo non comprende uno studio sul male e sul bene nei suoi significati , quello che vi scrivo è solo una riflessione attinente alla parte del testo che commenta i primi capitoli del libro di genesi.
Tuttavia è interessante osservare che già dalle prime parole del libro di genesi la presenza del male e del bene si possono in parte identificare attraverso le espressioni del testo che attraverso la sequenzialità narra quello che è avvenuto, le parole impegnate rivelano che l’opera creativa è realizzata attraverso la pluralità nella sua forma più semplice : la simmetria dove può essere incluso il male e il bene.
La simmetria è in realtà la presenza del numero due, cioè l’embrione della molteplicità, la prima cosa che leggiamo è che nel principio furono creati i cieli e la terra, la prima coppia …. poi luce e tenebra, sole e luna e tutto il resto di seguito.
Pochi fanno attenzione a una espressione che rappresenta un notevole difficoltà testuale perché tuttora non si conosce ancora la vera traduzione.
Quando leggiamo che la terra era tohu va- bohu, tradotta come “informe e vacua” rimaniamo smarriti, queste parole hanno impegnato tante spiegazioni e ipotesi, nonostante questo non abbiamo nessuna certezza di quello che voleva comunicarci l’autore di Bereshit,le parole rimangono intraducibili , due oggetti posti nella creazione, apparentemente sullo stesso piano, la sequenzialità del nostro pensiero le isola, prima viene Tohu poi Bohu, nulla esclude che in Tohu ci fosse Bohu , nel pensiero originale era possibile che Tohu attorniasse Bohu , come la scorza circonda il frutto.
Da queste parole il pensiero cabalistico si è impegnato di interpretare le ragioni del male , alcuni commentatori ritengono che esso fosse già presente sulla terra, addirittura preesistente alla creazione.
L’espressione “tohu va-bohu” potrebbe significare che tohu è il male, oppure il male mischiato al bene, mentre il bene era solo Bohu, ricordiamo che l’espressione è unica, i due elementi potevano coesistere in una miscela primordiale ma per dare consistenza alla creazione fu necessario separali e distinguerli … lo capiamo subito dopo quando leggiamo che la luce viene estratta dalle tenebre, oppure ….. alle tenebre viene posto il confine e appare la luce.

L’albero della conoscenza è bipolare, anche l’albero della vita nel suo genere può essere considerato bipolare attraverso l’alternanza di vita e morte. Nulla di nuovo.
L’uomo e la donna estratta appartengono alla simmetria della creazione.
[ ho fatto qualche modifica e corretto qualche errore .... hai'ti aièf meòd
Noiman
Ultima modifica di noiman il domenica 8 gennaio 2017, 11:44, modificato 1 volta in totale.
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda Gianni » domenica 8 gennaio 2017, 7:34

(Io, sebbene non commenti, conservo tutte le riflessioni di Noiman. E le pubblico. Perché c’è molto da imparare. L’ultima pubblicazione la trovate qui, a pag. 20: http://www.biblistica.it/wordpress/wp-c ... e-2017.pdf).
Grazie, Noiman!
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda Israel75 » domenica 8 gennaio 2017, 19:02

Grazie fratello Noiman ti seguo con interesse. :-)
Shalom
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«Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili».
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » domenica 8 gennaio 2017, 23:24

La seconda parte:

In questo teatro virtuale i personaggi si sfiorano e non si parlano direttamente, quello che leggiamo non appartiene a un dialogo, sono solo monologhi, D-o parla ad Adamàh ma non parla con la donna, Adamàh parla della donna ma non si rivolge direttamente a lei.
L’uomo e la donna non si parlano, non sembrano una coppia, ma fratello e sorella.
Il serpente è il solo che parla con la donna, Adamàh non viene menzionato dal serpente nonostante la forma plurale del dialogo con la donna.
Il testo di genesi menziona solo sei personaggi , ma secondo il midrash il luogo era affollato di altre creature celesti, nel libro di Bereshit troviamo solo qualche breve indizio.
Il divieto impartito all’uomo riguardo la proibizione di nutrirsi del frutto dell’albero è stato riportato alla donna, questo lo deduciamo dalle parole del serpente, immaginiamo che essa sia stata informata riguardo il divieto, ma è possibile che il messaggio sia giunto incompleto o la sua comprensione errata.
Questa parte del testo è il simbolo della ambiguità della comunicazione , ci pone nella scelta di cercare di decifrare attraverso le parole se è più colpevole il serpente nel stravolgimento della comunicazione o la donna che attraverso le parole del serpente percepisce il suo ego.
Quando il serpente chiede alla donna se proprio D-o ha detto che non possono mangiare dagli alberi del giardino usa una formula insidiosa :
אף כי-אמר אלהים לא תאכלו מכל עץ הגן
allora (certo) Dio vi ha proprio detto, non mangerete da ogni albero del giardino .”
L’affermazione è provocatoria , la donna è obbligata a dare una risposta, le parole del serpente suggeriscono una domanda nella forma del dubbio, la parola אף “allora” ha lo scopo di disorientare perché suggerisce una risposta, “allora“ diventa un “forse” che obbliga per il tono imperativo una risposta a cui non si può sfuggire. L’affermazione ovviamente può essere letta anche come affermazione positiva nella forma di una domanda legittima, nel testo originale non compare nessun punto esclamativo ? che orienta le parole, come un macinio la prima parola è la madre di tutti i dubbi.
L’affermazione del serpente è ribaltata in una affermazione negativa rispetto le parole positive pronunciate da D-o che dicono “potete mangiare da tutti gli alberi del giardino …” ingannevole perché sostiene che il divieto è per tutti gli alberi del giardino.
La risposta della donna è la ripetizione del comandamento ricevuto con una sua precisazione aggiunta:

ותאמר האשה אל-הנחש מפרי עץ-הגן נאכל; ומפרי העץ אשר בתוך-הגן אמר אלהים לא תאכלו ממנו ולא תגעו בו פן-תמתון
”Dal frutto di qualunque albero del giardino possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto לא תאכלו ( non mangerete)“non mangiatene e non toccatelo, altrimenti morirete”. Affermò: “Dagli alberi del giardino mangeremo”, non disse ”mangiare mangeremo” .(Bereshit 3/2-3)(genesi).
L’espressione לא תאכלו” lo tochlù” non mangerete è ripetuta in tutto il capitolo 3 sette volte, una volta per ogni versetto Questa espressione non corrisponde alle parole consegnate all’uomo a cui fu detto: “il giorno che ne mangerai, tu morrai”
La risposta contiene anche una grave imprecisione, la donna menziona l’albero che è in mezzo al giardino, ma quest’ultimo è ועץ החיים sappiamo che è “l’albero della vita”(Bereshit 2/ 9).

E’ sorprendente che la donna faccia questa confusione non distinguendo i due alberi uno posto nel centro del giardino , l’altro sempre in posizione non definita; D-o proibisce di cibarsi dell’albero della conoscenza del bene e del male, nulla viene detto riguardo all’albero della vita.
Un’altra buona spiegazione è quella che come abbiamo menzionato prima, i due alberi hanno la stessa radice ma i rami superiori sono aggrovigliati e rendono difficile distinguere i frutti.

Con queste parole possiamo dedurre che il messaggio originale e il suo ammonimento al divieto fu trasmesso male, le lettere si persero, il messaggio fu cambiato , la mizvà positiva del mangiare dagli altri alberi fu omessa.
Il messaggio originale è stato cambiato ? L ’uomo ha riferito male o la donna ha frainteso le parole ricevute.
L’ordine è stato modificato come la distinzione dei due alberi, l’albero della vita fu omesso all’albero della conoscenza.
La donna quando parla con il serpente aggiunge anche il divieto di toccarlo:” Dio ha detto, non mangiatene e non toccatelo altrimenti morirete”(Bereshit3/3) (genesi).
Nel messaggio originale impartito a Adamàh, il divieto di toccarlo non è menzionato.
L’imperfezione è la madre del dubbio , il testo è testualmente difficile, il significato potrebbe anche essere non toccatelo perché morirete, toccare porta a mangiare, il mangiare porta alla morte.
פן תמותןן “ pen temutùm” tradotto come “ affinché non moriate”, insinua il dubbio” il termine“ pen” è il “forse”.
Se il messaggio fosse stato diverso e la proibizione di toccare precedeva quella di mangiare, forse le cose sarebbero andate diversamente. Non vi pare?
La donna non ha compreso l’ordine del divieto e ha posposto il mangiare dal toccare variando la cronologia delle parole e il suo vero significato.
II serpente afferma con la sua esternazione che D-o ha nascosto qualche cosa o che tutto non è come Adamàh gli ha riferito.
Questo pone ulteriori difficoltà alla donna che rimane più rimane confusa, il serpente forse non vuole che l’uomo e la donna dividano con lui la conoscenza.
La affermazione del serpente ci induce a pensare che egli conoscesse molto bene quello che D-o ha detto, astutamente gioca con le parole, se il serpente non poteva mentire era in grado di manipolare il significato e l’interpretazione.
Quando la donna risponde al serpente : “Del frutto di qualunque albero del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “non mangiatene e non lo toccate, altrimenti morrete”, esso comprende che la donna è fragile, non solo essa ha confuso la posizione dei due alberi ma ha anche aggiunto il divieto di toccarlo, esiste anche una possibile interpretazione che il divieto di toccarlo fu aggiunto dall’uomo con l’intenzione di tenere lontana la donna dall’albero.

Il Sefer Ha-Bahir commenta:
Farò altre domande [Sama’el, il serpente] , e insisterò, finché si svierà. Ella gli rispose: Ci ha vietato soltanto di mangiare il frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino, Dio ci ha detto:”non mangiatene, anzi neppur toccatelo, altrimenti morrete.” Essa aggiunse due cose. Disse: Il frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino, mentre era stato detto solamente:”ma dell’albero della conoscenza, e inoltre ella aggiunse:”Anzi neppure toccatelo, altrimenti morrete”. Che cosa fece Sama’el il malvagio? Andò a toccare l’albero. L’alberò si mise a gridare, e disse: malvagio, non toccare! Giacché è detto: “Fa’ che non mi calpesti il piè dell’orgoglio, che la man degli empi non mi scacci. Ecco sono caduti quelli che fanno il male, sono abbattuti, né più potranno rialzarsi (salmo 36/12-13) Egli tornò dalla donna, e le disse: “Ecco ho toccato l’albero e non sono morto. Toccalo anche tu, e non morirai.
La donna andò a toccare l’albero, ma vide l’angelo della morte che le veniva incontro. Si disse:”Ohimè, adesso morirò, e il Santo, sia Egli Benedetto, farà un’altra donna e la darà ad Adamàh. Farò invece in modo che ne mangi con me: se moriremo, moriremo entrambi, ma se vivremo, vivremo entrambi. Prese i frutti dell’albero e ne mangiò, e li diede anche al suo sposo”.
Il serpente che aveva compreso tutto da una risposta singolare:
וימר הנחש אל האשה לא מות תמתון
Disse il serpente alla donna, no morte, ,morrete”(Bereshit 3/4) , questo לא “lo” “non” fa la vera differenza con le parole di D-o.
Il messaggio del serpente è chiaro, non parla di morte ma di un cambiamento di stato: anticipa il divenire ; la morte è una alterazione dell’esistenza, il messaggio che preannuncia il serpente è l’inizio di una serie di cambiamenti in cui la vita sarà sempre avvolta nella morte, il cambiamento non è solo un fatto fisico ma l’emanazione di un mondo spirituale, il “susseguirsi” di vita e di morte conforme al mondo di giustizia.
Quello che è poi avvenuto lo sappiamo tutti, la donna tocco il frutto e vedendo che non succedeva nulla, ne mangiò pensando che era innocuo, poi ne diede all’uomo.
Quali erano le ragioni di dubitare della parola di D-o, c’erano forse motivi di insoddisfazione nella donna ?
Quindi ci viene da pensare che Adamàh mangiò il frutto dell’albero della conoscenza, come una condizione magica nel divenire , solo dopo aver mangiato il frutto della conoscenza che il Signore si preoccupa che l’uomo potesse mangiare dell’albero della vita.
Se questo fosse avvenuto, essi sarebbero diventati dei ?
Nel progetto iniziale era prevista che la somiglianza con D-o poteva diventare qualche cosa di più che riducesse o annullasse questa distanza della somiglianza?
D-o voleva che l’uomo diventasse come D-o?, in definitiva D-o?
Forse ci sono nella natura dell’uomo e nelle lettere del suo nome le connessioni che regolano la distanza con il suo creatore, אדמה Adamàh , la radice di questo nome è di tre lettere , in Isaia compare in una singolare espressione:
אעלה על-במתי עב אדמה לעליון
Salirò sulla cima delle nubi, assomiglierò al Signore”(Isaia 14/14)
L’espressione “eddammè le-Elion” assomiglierò al Signore impegna le stesse lettere della parola Adamàh, ci fa riflettere e ci suggerisce ulteriori significati
Leggiamo: ויאמר יהוה אלהים הן האדם היה כאחד ממנו לדעת טוב ורע ועתה “ Poi il Signore disse: ecco, l’uomo e diventato come uno di noi in quanto conosce il bene e il male.”(Bereshit 2/22)(genesi).
Possiamo pensare che tutto questo è realmente avvenuto oppure siamo di fronte a un messaggio ricco di insegnamenti che attraverso il simbolismo e l’apparente semplicità di un racconto chiede di essere reinterpretato ?
Grande domanda!
Certamente è impressionante che un testo apparentemente semplice e essenziale nella forma narrativa , oggi ancora moderno utilizzi con sapienza le ambiguità testuali come suggeritori per una serie infinita di riflessioni e approfondimenti.
Il racconto ne fa quasi una scelta di gola e di estetica: “ La donna vedendo che l’albero era buono da mangiare, piacevole da vedersi e desiderabile perché faceva acquistare intelligenza, prese il frutto e ne mangiò”La donna non fece la scelta per conoscere il bene e il male, lo fece perchè era appetibile, era piacevole e dava intelligenza.
Essa utilizzò quattro dei cinque sensi , “vide” (la vista) , “toccò,” (il tatto), “udì “ le parole del serpente (l’udito), e infine “gustò “( il gusto del frutto), manca il 5 senso, l’olfatto che no viene menzionato. Il quinto senso è quello che permette di scoprire quello che gli altri quattro sensi non sono in grado di fare.
Possiamo ancora fare qualche ulteriore considerazione: essa ha sostituito “la parola” con il dubbio e poi con il desiderio. La donna non ha ricevuto direttamente da D-o il messaggio ma poteva essere informata sulla natura degli alberi del giardino, ci si chiede perché è sorto il dubbio, quando il serpente recita la sua parte non siamo in grado di comprendere se essa aveva una ragione di dubitare della parola , oppure c’era già una attitudine al dubbio e al male e che quindi l’atto che porta alla trasgressione è solo l’epilogo di un pensiero ,che conduce a una intenzione .
Non abbiamo attraverso il testo una copia di un ragionamento, sappiamo solo l’epilogo, essa vide e mangiò.
Ci sembra che essa abbia accolto la tesi del serpente senza una sua valutazione e neppure un confronto con l’uomo.
Il travestimento era perfetto al punto di confondere l’evidenza con il desiderio, una affermazione di cui non troviamo traccia.
Ci si può anche chiedere perché il serpente si è rivolto alla donna, forse perchè essa è stata tradotta dall’uomo e come elemento derivato è di natura più debole?
Possiamo interpretare che la trasgressione può avere una connotazione sensuale?
Sesso, il bene e il male hanno qualche nesso?
Anche Paolo apostolo afferma nei vangeli che la donna fu sedotta (I Tim 2/14), ma il termine seduzione potrebbe ingannarci perché il significato della seduzione implicava nel pensiero ebraico significati aggiuntivi oltre a quelli che noi possiamo comprendere, la stessa radice נחש da cui deriva la parola “nachàsh ” “ serpente” esprime il concetto di “sedurre” , ma soprattutto significa “ divinazione”.
Ci si può anche chiedere: il serpente poteva sedurre l’uomo? Ma di che sesso era il serpente?
La nostra cultura occidentale è profondamente connessa con la logica attraverso il pensiero greco , noi riteniamo che nel giardino dell’Eden la sensualità non esisteva, adulterio, incesto e omosessualità erano impossibili, il testo non suggerisce legami sessuali tra l’uomo e la donna.
La rottura del Patto per il lettore occidentale è solo una questione di gola, il testo già complesso nella suo antropomorfismo ci svia ancora di più nel cercare di cogliere il vero significato.
Shalom
Fine della seconda parte
Noiman
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » lunedì 9 gennaio 2017, 22:48

Se interpretiamo il racconto nella sua dimensione spirituale ecco che l’uomo e la donna sono appartengono a una dimensione spirituale, lo stesso giardino è un luogo spirituale, ogni cosa contenuta in esso è spirituale, dunque il peccato di gola non può che essere spirituale, mi rendo conto che è difficile comprendere questo concetto che nella sua definizione esclude materia e forma , non possiamo neanche immaginare che la spiritualità nel senso biblico assomigli a qualche cosa che è riconducibile alla nostra dimensione che prevede forma, materia e spazio, sia anche quello semplice che separa atomi o particelle più piccole, e quello che separa mondi e galassie, forse questa dimensione potrebbe essere simile ai sogni che facciamo ,immagini e suoni .

Noi interpretiamo il mangiare come è una forma di appropriazione e di conseguenza una trasgressione che sottrae un qualche cosa, ma quale può essere il vero significato in una dimensione che va oltre al simbolismo ?
Il nutrirsi del frutto dell’albero della conoscenza si discosta dalle regole del giardino che essendo microcosmo è anche macrocosmo, la presenza del frutto, la duplicità degli alberi e la loro simmetria sono infrante dalla scelta di appropriarsi del frutto di uno solo di essi, spezzando così l’armonia e l’equilibrio, di fatto eliminando la dualità e unità nel suo insieme, la scelta del particolare ha isolato l’insieme, infrangendo la prima mizvà assegnata all’uomo, quella di coltivare e custodire il giardino, cioè di non modificarlo e separarlo, le parole di custodirlo e difenderlo si caricano di significati ulteriori, la vera trasgressione è isolare le cose attraverso una separazione, ecco la interpretazione cabalistica che attribuisce agli alberi una radice unica, dove male e bene non sono distinguibili fino al loro frutto.
L’errore della prima coppia umana fu quella di guardare solo la parte alta, simbolicamente la parte superiore non distinguendo più l’unicità dell’albero.

Yosef Gikatilla in un breve trattato dal titolo “il segreto del Serpente e del suo giudizio” fornisce una curiosa interpretazione per spiegare l’origine del male:”
Perciò quando il Santo, sia benedetto, mise in guardia il primo uomo da toccare l’Albero della conoscenza finché il bene e il male aderivano ancora ad esso, l’uno dall’interno l’altro dall’esterno. Egli avrebbe dovuto attendere per staccare dall’alveo il suo”prepuzio”[cioè il primo frutto] [….] ma come è scritto Adamàh prese del frutto e portò con ciò “un idolo nel Santo dei Santi”, cosicché la forza dell’impurità dall’idolo nel Santo dei santi, cosicché la forza dell’impurità dall’esterno penetrò all’interno[….] sappi che tutte le opere di Dio, se stanno ognuna al proprio posto, nel luogo che è stato loro ordinato e predestinato nell’atto della creazione sono buone[….] ma se si ribellano e lasciano il posto assegnato, allora sono malvagie [….] perciò in Isaia è scritto: “ Che stabilisce l’armonia e crea il male” . ( La Figura mistica della divinità di Gershom Scholem)

In questa storia non ci sono innocenti ma solo colpa e destino.

Una altra interpretazione sostenibile:, D-o ha sottoposto Adamàh ad una prova?
D-o può avere la necessità di chiedere una prova alle creature a lui sottoposte?
Mi viene in mente una affermazione di Rabbi Akivà che disse: ”Tutto è determinato, ma è stata data la libertà”

Quale sarebbe stata la sorte di Adamàh e della donna se avessero consumato il frutto dell’albero della vita?
In risposta a questa domanda sono state scritte tante parole, è veramente difficile aggiungere qualche cosa di nuovo.
Osservazione comune : c’è chi definisce quello che avvenne nel gan Eden la rottura di un patto, ma possiamo considerare la proibizione come la rottura di un patto?
Non c’era contropartita !
La conseguenza primaria è l’imposizione della supremazia originaria di Di-o , poi una azione limitativa affinché questo non possa più accadere, impedendo all’uomo di diventare come D-o.
Forse D-o creando l’uomo e ponendolo nel giardino dell’eden di fronte ai due alberi ha creato una condizione che è sfociata nella rivalità.
In questa lettura Adamàh sottovaluta la distanza dal suo creatore, qualche volta ci sembra che anche D-o abbia confuso questa distanza.
Non c’è dialogo, un solo ordine e il fruscio del vento sul Gan Eden.
La fine del sesto giorno si apre con una falla, subito dopo scende il silenzio del settimo giorno , lo shabbàt .
Quando D-o creò l’uomo, lo fece a immagine e somiglianza, ma imperfetto perché solo un sogno accanto alla realtà divina, forse lo stesso creatore fu sorpreso della posizione assunta da un essere che era appena superiore a un “golem”, creato per uno scopo e non per un capriccio, una condizione transitoria per un divenire che non conosciamo.
Fantasticando possiamo riconoscere la dinamica del divenire attraverso i passaggi e le ripetizioni che sono presenti nei due primi capitoli di genesi.
Esiste una morale in tutto questo? E’ la madre di tutti i giudizi, i colpevoli sono giudicati e poi condannati, non leggiamo di nessun avvocato difensore

D-o non sembra aver favorito la prima coppia uomo-donna nel messaggio impartito, il serpente mente per il suo scopo, l’uomo scarica sulla donna la responsabilità, la donna a sua volta accusa il serpente. D-o inverte la sequenza del giudizio e della punizione, prima il serpente, poi la donna e infine l’uomo. A nessuno viene concesso la discolpa, forse perché nella visione divina per tutti la menzogna è la base di un ragionamento consequenziale che poneva la distinzione tra vero e falso , poi tra bene e male. Come in un computer dove non esiste il bene e il male ma solo “vero” o “falso”.
Forse la soluzione per un rimedio era possibile, la possiamo dedurre dalle parole che D-o pronuncia quando chiede all’uomo aiekka “dove sei” , una domanda che ci sfugge nel significato perché noi immersi nel decifrare il racconto dimentichiamo che D-o non può giocare a nascondino nel suo mondo, l’espressione volutamente antropomorfica ci trae in inganno e assopisce il significato. Se D-o che conosce ogni cosa oltre il tempo chiede a l’uomo dove sia non può che essere un modo di indurci a riflettere, l’uomo invece che difendersi avrebbe potuto dichiarare il suo errore, insieme alla donna e forse anche al serpente. Tutti avrebbero potuto fare “teshuvà” che in ebraico oltre perdono significa anche ritornare sui propri passi, in questo caso riconoscere l’errore.
L’espressione che utilizza D-o fu male interpretata, invece che la confessione di una colpa l’uomo trasmette la responsabilità alla compagna: “la donna che mi hai dato”. Non è un dialogo ma una affermazione.

La donna a sua volta accusa il serpente: השיאני ואכל הנחש “ha-nachàs iscianì , ve-ochèl “ “Il serpente mi sedusse è mangiai”che può essere scomposto attraverso due parole אני יש “ ièsh anì” in una traduzione alternativa, “Ci sono Io” e sono separata nella mia coscienza

E curioso che il testo ebraico in questo passo il verbo mangiare è al passato, “ Ne diede anche a suo marito che era con lei, ed egli pure ne mangiò” גם לאישה עמה ויאכל (Bereshit 3/6).(genesi)
Il testo ebraico sottolinea questa affermazione con la lettera ו waw che ci sembra corretta grammaticalmente, la “vav” come congiunzione acquista una temporalità nel futuro, il senso è : “ne ho mangiato e ne mangerò
Il giudizio è immediato e le condanne seguono l’ordine opposto alle trasgressioni, prima viene giudicato il serpente , poi la donna e infine l’uomo.
Essi dovettero subire un cambiamento, gli fu tolta la tunica luminosa che li ricopriva אור “or” e furono ricoperti di una tunica di pelle עור “ ‘or” suoni quasi identici, ma nei valori attribuiti alle lettere la distinzione è grande.
Dopo di questo le fondamenta della creazione furono scosse.
“Disse allora il Signore Dio al serpente:” Poiché facesti questo, sii maledetto fra tutti gli animali domestici e tutte le bestie selvatiche, camminerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. Porrò odio fra te e la donna, fra la progenie tua e quella di lei; la progenie di lei ti schiaccerà la testa e ti avvolgerai al calcagno di essa” Bereshit 3/14).
Fine terza parte
Noiman
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda noiman » venerdì 13 gennaio 2017, 1:33

Ci si è sempre chiesti per quale motivo fu il serpente a cercare di avere rapporti con la donna, Maharal di Praga commenta e pone alcune osservazioni riguardo la sua natura.
L’espressione “ Poiché hai fatto questo” è una forma di giudizio e con le parole successive viene designata la punizione. La formula ארור אתה “’arur attàh” “ maledetto sei tu” è la sentenza, ma questa maledizione è valida solo nella sua specie, il serpente è relegato al mondo animale, in una condizione di sottomissione a tutte le altre creature, il riferimento non è sui serpenti in generale, ma riguarda quel serpente che viene abbassato al rango più basso della creature, “camminerai sul tuo ventre e polvere mangerai”.
Menzionare la polvere con cui è stato fatto l’uomo è l’anticipo della futura condizione umana che sarà simile a quella del serpente, entrambi vivranno sullo stesso suolo.
E interessante notare che la maledizione è destinata all’azione del serpente, questo lo possiamo dedurre dalle parole: ארור אתה מכל-הבהמה ומכל חית השדה “sei maledetto fra tutti gli animali domestici e tutte le bestie selvatiche” (Bereshit 3/14).
Il serpente è stato condannato a strisciare sulla terra sul suo ventre e mangiare la polvere la parola עפר “afar” polvere, compare per la prima volta nel capitolo 2 di Bereshit quando viene formato l’uomo, simbolicamente ridurre il serpente a strisciare nella polvere , la stessa sostanza con cui fu creato l’uomo assume un forte simbolismo.
Analizzando meglio l’affermazione del passo di Bereshit 3/14 nel testo originale possiamo rilevare alcuni dettagli che nella lettura tradotta sfuggono.
ואיבה אשית בינך ובין האשה וביו זרעך ובין זרעה הוא ישופך ראש ואתה תשופנו עקב
Porrò odio fra te e la donna, fra la progenie tua e quella di lei; la progenie di lei ti schiaccerà la testa e ti avvolgerai al calcagno di essa”(Bereshit 3/15).
Partendo dal testo ebraico possiamo anche interpretare che la progenie della donna schiaccerà la testa al serpente, questo lo possiamo dedurre dal testo che usa il maschile הוא che non concorda non con אשה “ishà”, la donna ma con רעהז , “zerah” stirpe ; questo dettaglio in genere sfugge al lettore che utilizza traduzioni in cui le parole “donna, stirpe e discendenza hanno tutte il genere femminile .
Su questa difficoltà testuale il cristianesimo ha interpretato queste parole come l’annuncio della vergine Maria che attraverso la sua discendenza messianica distruggerà il dragone.
La stirpe è anche il seme, quindi la maledizione è proiettata nel futuro, non è facile attribuire a chi e quando si riferisce. Rambam interpreta che il seme è quello di Adamàh.
Dalla parola עקב “jacov” “calcagno” che compare per la prima volta possiamo anche leggere l’allusione al patriarca יקב, “Jacov” nel futuro.
ישראל “Israel”, la difficoltà testuale e successivamente l’interpretazione cristiana ha formulato la possibilità che il calcagno che schiaccerà la testa al serpente sia della la vergine Maria e la sua discendenza.
Nel testo ebraico la parola “schiacciare” e “avvolgere “ impiegano la stessa radice תשף , sviluppata in due forme verbali diverse, anche questa è una difficoltà linguistica.
Rambam osserva: ”Più strano di questo è il legame tra il serpente e il seme di lei”, tra la testa e il “calcagno”, e il fatto che lei lo vinca “alla testa” ed esso la vinca “al calcagno” (Maimonide Guida ai Perplessi , parte II capitolo XXX).

La natura del serpente ha da sempre interessato i commentatori e stimolato tutta una serie di commenti del midrash.
Disse il Santo , Egli sia benedetto: questo serpente è capace di accampare pretesti, e Io gli parlo mi risponde: Tu hai dato loro l’ordine ed io ho dato loro un ordine, perché hanno trasgredito il tuo comando e obbedito al mio?. Così taglio corto con esso ed emise la sentenza”(Bereshit Rabba).
Ancora dal Bereshit Rabbà leggiamo:
Ti ho foggiato in modo che tu camminasti a testa alta come l’uomo, e tu non l’hai voluto. … Io ti ho foggiato in modo che ti alimentasti dei cibi come l’uomo, e tu non lo hai voluto …. Tu hai cercato di uccidere Adamàh per pigliarti Chavà …. Ciò che hai desiderato non è stato dato, e ciò che avevi è stato tolto.”
Nella letteratura successiva il serpente e identificato in satana, anche su questo argomento ritroviamo una vasta letteratura.
Nel libro di Enoch questo argomento è trattato in modo dettagliato con importanti collegamenti al libro della genesi.
La trasgressione degli angeli è un evento narrato nel Libro dei Vigilanti, una vera catastrofe sul piano cosmico con implicazioni importanti.
Alcuni racconti sono contenuti in altri libri apocrifi, troviamo tracce anche nei testi neotestamentari, come La Vita di Adamàh e Chavà, il Vangelo di Bartolomeo, L’Apocalisse di Sedràch e anche in alcuni manoscritti di Qùmran è menzionata la lotta tra i figli della luce e le tenebre.
Secondo una di queste interpretazioni, il Satan fu cacciato perché non volle adorare D-o, questo lo possiamo leggere nel libro di Isaia:
Come sei caduto dal cielo, o stella mattutina! Sei stato tagliato e gettato a terra, tu che opprimevi i popoli!E tu dicevi nel tuo cuore: ”Salirò in cielo, al di sopra delle stelle del Signore alzerò il mio trono, e abiterò sul monte della convocazione, dal lato settentrionale. Salirò sulla cima e assomiglierò al supremo”(Isaia 14/12-14).
L’angelo caduto è chiamato בו שחר “ben Shachàr” , figlio dell’alba, la stessa radice genera la parola “shachòr “ “nero, buio, oscuro”.
Un Midrash tardivo, probabilmente Midrash Avkir riporta:
Quando la generazione del diluvio riempi la terra di corruzione, gli angeli Ŝemķazai e Aza’el non persero l’occasione di sottolineare la propria ostilità al genere umano dinnanzi al Signore, che ribatté: se dimoraste nel mondo terreno, le inclinazioni negative prenderebbero il sopravvento anche su di voi, e diventereste più empi degli uomini. In risposta a tale sfida, gli angeli chiesero quindi il permesso di scendere sulla terra, ma appena videro le figlie degli uomini, la loro bellezza li indusse a peccare”(da Enoch e la sapienza celeste).


“Poi il Signore disse: Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, in quanto conosce il bene e il male; è da evitare ora che stenda la mano prenda anche dall’albero della vita, ne mangi e viva in perpetuo”
Il capitolo 3 di Bereshit si chiude con una affermazione che ha impegnato gli studiosi nella ricerca del vero significato. La traduzione letterale del testo fornisce alcuni spunti che sono reinterpretabili :
ויאמר יהוה אלהים הן האדם היה כאחד ממנו לדעת טוב ורע ועתה
Il Signore Dio disse allora: ”Ecco, l’uomo è diventato come l’uno da di noi, per conoscere il bene e il male” (Bereshit 3/22) (genesi).
Cosa può significare “uno da di noi”, chi sono gli altri ? Questo plurale è forse collegabile con la forma plurale in Bereshit dove è scritto :”Facciamo un uomo a immagine e somiglianza nostra”?
La chiave di lettura può essere che D-o è circondato da altre presenze che non sono Lui, questo non deve essere confuso con la sua unicità, il riferimento è ad altri esseri spirituali presenti con Lui fin dall’inizio, questo lo capiamo qualche versetto dopo dove è scritto che Egli pose i “Cheruvim”a guardia del Gan Eden.
La presenza di questi esseri accanto all’Unico ci induce a pensare che coloro fossero anch’essi nella conoscenza del “bene e del male” , testimoni di quello che sarebbe il seguito. La parola הן , “ecco” è traducibile come “si” , una affermazione che pone sullo stesso piano D-o, i suoi angeli e l’uomo e la donna. הן è la consapevolezza e l’accettazione del cambiamento.
Subito dopo viene menzionato l’albero della vita e sottolineato l’impossibilità che essi possano appropriarsi del frutto che avrebbe posto la coppia umana al pari di D-o.
Perché D-o teme che essi diventino simili a Lui appropriandosi del frutto dell’albero della vita? Quale era il timore di D-o e della sua corte celeste ? l’assolutizzazione del male?
E scritto in Bereshit Rabbà
“lo avevi reso forte per sempre ed egli se ne va, sfigurato il volto e lo hai cacciato” [Giobbe 14/20]. Il vigore che aveva dato il Santo, Egli sia benedetto, ad Adamàh era eterno. Dal momento che ha lasciato l’opinione del Santo, egli sia benedetto, ed è andato dietro a quello del serpente, sfigurato il volto lo cacci. Dopo che l’ebbe cacciato cominciò a lamentarsi ed a dire: “Ecco l’uomo era come uno di noi”
Shalom
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Re: Interpretazione delle Scritture Ebraiche

Messaggioda Jon » venerdì 13 gennaio 2017, 10:03

Caro Noiman, grazie di queste perle preziose.
C'è come una chiave magnetica in quel che spieghi.
Mi fai pregustare i tempi in cui gli ebrei istruiranno le genti.
Romani 11:16 Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami. 24 ... quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!
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