Satana e il riscatto

Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Gianni » venerdì 23 giugno 2017, 18:36

La questione non è affatto così semplice, come se fosse tutto bianco o nero. Nella Bibbia troviamo concetti babilonesi, compreso quello dei cherubini il cui nome ebraico è mutuato dall’accadico. Ma la Bibbia ne usa solo come abbellimento e mette nelle mani di Dio come fossero giocattoli quelli che per gli altri popoli mediorientali limitrofi erano divinità. C’è quindi una grande opera di setacciamento e raffinazione da fare. Tra l'altro, nessuno di voi ha ancora indagato tutta quella serie di piccoli animali, tra mostriciattoli e spiritelli, che secondo la Bibbia infestavano i deserti e altri posti.
In ogni caso bisognerebbe dare un po’ più retta ai rabbini per non buttare con l’acqua sporca anche il bambino.
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Daminagor » venerdì 23 giugno 2017, 18:38

ra l'altro, nessuno di voi ha ancora indagato tutta quella serie di piccoli animali, tra mostriciattoli e spiritelli, che secondo la Bibbia infestavano i deserti e altri posti.


In realtà io avevo introdotto il discorso, parlando dei demoni-capra...ma la cosa non ha avuto seguito :-(
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda bgaluppi » venerdì 23 giugno 2017, 18:43

Besa, la mia visuale si è "espansa"... Anche grazie a te (ma piú che altro grazie alle prove che Dio mi ha messo davanti ultimamente). ;) Ma non ho comunque trovato una "verità" unica e assoluta su molti argomenti. È chiaro che la verità non può essere che una, ma non credo che possiamo ancora comprenderla appieno.

Diciamo che prendo atto delle diverse interpretazioni (vedi Is 53) e poi le conclusioni, ove possibili, me le tengo per me. :-)

Gianni, infatti gli israeliti andavano nel deserto ad adorare certe strane "divinità". Lo facevano perché credevano nella loro esistenza o solo per mancanza di fede e superstizione?
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Gianni » sabato 24 giugno 2017, 3:15

Antonio, nel rispoderti allargo un po' il discorso parlando dei miti e riporto da un mio studio:

La realtà può essere vista in due modi: in quello mitico e in quello storico. La mentalità mitica, messa di fronte al mondo, non lo considera come appare, ma se lo immagina quale frutto di scontri tra forze personificate e divinizzate che misteriosamente stanno dietro alla realtà. Anche i fatti storici - nei miti - più che risultato di forze politiche e sociali, riflettono contrasti tra esseri divini. Tali miti in modo speciale riguardano l'origine del mondo e i primordi dell'umanità. La Bibbia conosce questi miti antichi, diffusi presso i sumeri, gli accadi, i fenici, ma ne usa in modo assai sobrio, più come tratti poetici che come realtà accolte nella propria fede (e solo con l'intento di mostrare la superiorità del Dio d’Israele su tutto il creato). Quanta differenza tra il maestoso racconto della creazione della Genesi (cap. 1) e l'epopea babilonese (Enuma Elish) secondo la quale Marduc fabbricò il mondo con il corpo del mostro Tiamat, suo rivale, e da lui debellato con difficoltà enormi! Di più, la Bibbia, anche quando allude alla lotta di Dio con esseri anti-divini, ne parla solo incidentalmente e per meglio portare in enfasi la superiorità infinita del Dio israelitico. Il passo: “Spezzasti la testa al leviatano, lo desti in pasto al popolo del deserto” (Sl 74:14), sotto la figura del primitivo mostro acquatico raffigura la liberazione di Israele dall'Assiria e dalla Babilonia: “In quel giorno, il Signore punirà con la sua spada dura, grande e forte, il leviatano, l'agile serpente, il leviatano, il serpente tortuoso, e ucciderà il mostro che è nel mare!” (Is 27:1). Abbiamo qui una storicizzazione del mito! Il mostro presentato nella mitologia cananea è qui ridotto a puro giocattolo nelle mani di Dio.
Nei libri poetici non mancano tracce di tale lotta epica, ma esse sono immagini poetiche anziché realtà ammesse dagli ebrei: “Dio stesso non stornerà la sua ira; sotto di lui devono inchinarsi i sostenitori di colui che infuria” (Gb 9:13, TNM); ciò che è tradotto “i sostenitori di colui che infuria” (frase oscura) e che NR cerca di spiegare con “i campioni della superbia” è in realtà nel testo originale ebraico: “Gli aiutanti di ràhav [רָהַב]”; questo ràhav era un mitico mostro marino. Poeticamente, la Bibbia mostra la superiorità del Dio di Israele sui sostenitori pagani di questi miti.
In Is 51:9,10 si legge: “Destati, destati, rivestiti di forza, o braccio di Geova! Destati come nei giorni di molto tempo fa, come durante le generazioni dei tempi antichi. Non sei tu quello che fece a pezzi Raab [רָהַב (ràhav), il mitico mostro marino], che trafisse il mostro marino? Non sei tu quello che prosciugò il mare, le acque del vasto abisso? Quello che fece delle profondità del mare una via per far passare i ricomprati?” (TNM). Un ricordo dell'antico valore dell'acqua come male (la pagana Orchessa Tiamat, opposta all'ordine) riappare in diversi libri biblici: i demòni non vogliono essere costretti ad abitare nell'abisso (Lc 8:31), dall'abisso escono gli esseri malvagi (Ap 11:7; 20:1-3). All'abisso presiede un angelo detto Abaddòn o “distruzione”: “L’angelo dell’abisso. Il suo nome in ebraico è Abaddon” (Ap 9:11, TNM). Nella nuova Gerusalemme mancherà ogni traccia del “mare”: “E il mare non è più” (Ap 21:1, TNM), in quanto non vi sarà più il male, simboleggiato appunto dal mare. Non è difficile vedervi l'eco di un linguaggio mitologico dove il dio principale scende in campo contro il caos primitivo. È quanto si cantava nella liturgia di capodanno in Babilonia. Ma di una tale festa non è rimasta ovviamente alcuna traccia liturgica presso gli ebrei, nonostante lo sforzo della scuola esegetica scandinava per provarne l'esistenza.
Scompaiono nella Bibbia tutte le divinità intermedie, forze naturali personificate, indispensabili in ogni narrazione mitologica. Anche le tenebre e l'abisso primordiali, ai quali si accenna, sono trasformati in esseri docili e ubbidienti al comando creatore divino. Inoltre le narrazioni bibliche si colorano di un contenuto morale (osservare il sabato nella creazione; punire i peccati nel Diluvio) che manca assolutamente in ogni narrazione mitica. Non vi sono reminiscenze mitiche in Gn 1.
Si tratta quindi di semplici paragoni poetici per meglio sottolineare idee proprie della spiritualità israelitica. Sono simili ad altre immagini poetiche come i “satiri” che danzano per la caduta della Babilonia e dell'Idumea (Is 13:21) e che si richiamano tra loro: “I frequentatori delle regioni aride devono incontrare animali ululanti, e perfino il demonio a forma di capro chiamerà il suo compagno. Sì, là il caprimulgo [ebraico לִּילִית (lilìth)] certamente starà a suo agio e si troverà un luogo di riposo” (Is 34:14). La fantasia popolare faceva, infatti, abitare i deserti da “satiri” (lilìth) o da spiriti malvagi (Mt 12:43; Ap 18:2). Si tratta di metodi che ancora oggi noi utilizziamo senza peraltro credere ai miti soggiacenti. Noi pure diciamo che un tale è un satiro, un Ganimede, un Adone, un Orfeo, un vampiro, una sirena, una strega, ma solo per indicare che quella persona ha attitudini simili a tali esseri leggendari, ai quali ora non crediamo ovviamente più.
Anche i discepoli dei primi secoli hanno presentato Yeshùa come il buon pastore. Quando ormai l’apostasia era divampata e i veri discepoli erano ormai “cristiani”, gli hanno attribuito l'aspetto di Mercurio crioforo; la testa di Yeshùa nel mosaico dell'abside di S. Prudenziana (4° secolo) è modellata sul tipo classico di Giove. Ciò non vuol dire, nonostante la loro apostasia, che essi credessero ancora a Giove o a Mercurio, ma utilizzarono forme artistiche allora in uso e le applicarono a Yeshùa. Perché anche uno scrittore sacro non avrebbe potuto utilizzare un procedimento simile e parlare poeticamente del leviatan e del mostro marino, noti al suo tempo, per meglio presentare la vittoria di Dio sul male?
Altri esempi. L'apertura del cielo per vedere Dio (Ez 1:1), l'esistenza del mondo degli dèi del Nord, sono espressioni di origine mitica, ma servono solo per sottolineare la presenza benefica di Dio. Yhvh viene sempre dal Nord (Is 14:13,14), mai da oriente (dove giaceva il Tempio) o dall'occidente, perché era pensiero comune che a Nord (tsafòn) giacesse la dimora degli dèi (corrisponde al monte Casius, presso Ugarit, sul quale troneggiava Baal). Ciò non deve scandalizzare. Dove mai gli ebrei potevano collocare idealmente Dio se non nella parte geografica che tutti ritenevano sede divina? Certo gli ebrei non credevano agli dèi (erano assolutamente monoteisti), ma potevano pensare che Dio venisse proprio dal luogo in cui i pagani ritenevano erroneamente ci fossero i loro inesistenti dèi. Anche oggi i religiosi pensano a Dio come abitante nel cielo sopra di loro, trascurando il fatto che quello stesso cielo è per altri esattamente sotto di loro, dall’altra parte del globo terrestre. Non va preso letteralmente: è un modo di dire, che Yeshùa stesso usò: “Padre nostro che sei nei cieli”. – Mt 6:9.
Anche i cherubini posti a difesa del giardino dell'Eden si rifanno ad elementi mitologici babilonesi: i kirubu (si noti l’assonanza), messi a difesa delle porte dei templi. La descrizione di Ezechiele (1:5) si rifà ai portatori del trono che in Babilonia assumono la forma di animali. I geni babilonesi riuniscono assieme i più diversi elementi figurativi: arti di uomo, di toro, di aquila e di leone. Hanno però sempre un'unica testa. Ezechiele dà loro quattro volti che raffigurano rispettivamente le varie parti del mondo animale (uomo, toro, aquila, leone) per indicare, secondo il concetto dei gentili, lo strapotere divino su tutte le divinità. Yhvh domina lo spazio in tutte le direzioni (gli animali non devono voltarsi, ma vanno diritti in ogni direzione). Si usano gli elementi mitologici, ma solo quali mezzi espressivi della potenza dell'unico vero Dio.
Il racconto della torre di Babele, nonostante alcuni tratti di colorito mitico (Dio che scende dal cielo per vedere la torre), è un'interpretazione spirituale della famosa ziggurat babilonese (Gn 11:1-9). Infatti, la geografia del passo ci orienta verso la terra di Sennaar, ossia la Mesopotamia, e precisamente nel distretto babilonese (l'attuale Bagdad). L'uso dei mattoni cotti al sole si spiega con il fatto che in quella ragione scarseggia la pietra. Il bitume usato come elemento è dovuto all'abbondanza di petrolio in tale luogo. Il re Nabopolassar così afferma: “Feci dei mattoni; li feci preparare, mattoni ben cotti. Come un fiume dal cielo, senza misura alcuna, come una fiumana d'acqua devastatrice, comandai al canale Arachta di portarmi asfalto e bitume”. - A. Jrku, Altor: Kommentar zum A.T., Leipzig, 1923, pag. 53.
Tra le varie torri piramidali primeggia per l'imponenza della costruzione la ziggurat di Babel, esaltata dai documenti dell'epoca come una meraviglia senza pari, e che si chiamava in sumero E-temen-an-ki, vale a dire “Casa [tempio]–del-fondamento-del-cielo-e-della-terra” (esplorata da R. Koldewey nel 1899-1917, ha per base un quadrato di 91 m; la terrazza sulla quale essa si erge era di 456x412 m; cfr. A. Parrot, La tour de Babel, Neuchâtel, 1953). Di essa Apocrizione di Alessandria (4° secolo a. E. V.) dice che “era stata costruita da giganti che si proponevano di scalare il cielo”. Si tratta di un edificio a terrazze che, innalzandosi sempre più, riducevano l'estensione del loro quadrato a ogni ripiano. Ad esse si accedeva mediante apposite gradinate. Le ziggurat volevano simulare le montagne inesistenti in Mesopotamia, sulle quali gli antichi pensavano di avvicinarsi di più alla divinità posta in cielo. La ziggurat di Babel, caduta parzialmente in rovina, era indubbiamente segno dell'orgoglio umano. Nabopolassar (625-605 a. E. V.) si vantava di aver voluto rendere “il fondamento della terra simile [per stabilità] al cielo”. Nabucodonosor (604-562 a. E. V.) si gloriava di aver “costretto tutti i popoli di numerose nazioni al lavoro della E-temen-an-ki”. Tiglat-Pileser (1110-1090 a. E. V.) si vantava di aver reso “una sola bocca”, vale a dire assoggettati, “quarantadue territori”. Tale scopo della costruzione della ziggurat di Babel stava scritto nella tavoletta di Esagila (era questo il nome del tempio costruito sulla sua sommità) in lingua e in caratteri ermetici. La Bibbia ne prende lo spunto per mostrare come tale intento unificativo di “tutta la terra” (di cui si parla in Mesopotamia) sia andato fallito e l'impresa rimasta senza termine. L’espressione “una lingua sola” indica l'unificazione di vari popoli con un solo intento, con una religione sola; denota l'unità politica, morale e religiosa dei vari popoli. Era un’espressione idiomatica per indicare l'unità di azione. La “confusione delle lingue” per cui essi non comprendevano più la lingua l'uno dell'altro, significa la discordia dei vari popoli assoggettati. “Il popolo che abita in Shuanna [Babilonia] rispose l'un l'altro: No! [non si capirono più, caddero in fazioni] e complottarono ribellioni per lungo tempo, per cui stesero le mani sull'Esagila, sul tempio degli dèi, e dissiparono oro, argento, pietre preziose per pagare l'Elam”. - Pietra nera in Asarhaddon in D.D. Luckenhill, Ancient Records of Assyria and Babylonia II, pag. 242 n. 642.
La cessazione dell'opera costruttiva fu certamente dovuta a invasioni nemiche, simili a quelle di cui parla, ad esempio, l'assiro Sennacherib nel 689: “Le città e le case, dalle fondamenta al tetto, devastai, distrussi, consumai con il fuoco. Le mura, i baluardi, i templi degli dei, le ziggurat di mattoni e di terra, quante ne aveva, io le demolii e le gettai nel canale Arechta. In questa città scavai canali, feci sparire la loro terra nelle acque, annientai le loro grosse fondamenta, io le trattai peggio di un diluvio. Affinché nell'avvenire non si trovasse più il posto; città e i templi degli dèi, io li distrussi con l'acqua, io li trasformai in palude”. Con l'indebolimento del potere centrale i sudditi, prima sottomessi, si ribellarono e non furono più di una “sola lingua” come prima. Secondo il linguaggio biblico che elimina ogni causa seconda, tutto ciò è attribuito a diretto intervento divino che deve “scendere” per visitare l’“alta” torre che si eleva verso il “cielo”. La visione di questa ziggurat incompleta, che poi altri sovrani dovettero cercare di completare, fu vista da Israele come il tentativo babilonese di procurarsi fama, di stabilire un grosso impero indipendentemente da Dio, che però scendendo (egli è molto più eccelso di tutte le costruzioni umane) per attuare il suo giudizio di condanna, produsse discordie, fazioni e opposizioni con la conseguente cessazione di ogni attività costruttiva. Così la torre, che doveva essere segno di potenza e di unione, divenne simbolo di discordia e di disunione.
Che non si tratti di confusione linguistica risulta chiaro dal capitolo 10 in cui già si presentano i vari popoli con le loro differenti lingue, come se si fossero evolute in modo normale: “Questi furono i figli di Sem secondo le loro famiglie, secondo le loro lingue, nei loro paesi, secondo le loro nazioni”. - Gn 10:31, TNM.
Poi in Gn 11:1 si legge nella traduzione italiana: “Ora tutta la terra continuava ad avere una sola lingua e un solo insieme di parole”. Ma l’ebraico non ha per nulla “una sola lingua”. Il testo biblico ha “un solo labbro” (M, LXX, Vg). In 10:31, “secondo le loro lingue” è infatti לִלְשֹׁנֹתָם (lilshonotàm); mentre in 11:1 siשָׂפָה אֶחָת (sapà ekhàt), “un labbro solo”. Questa espressione (“un labbro”) è tipica per indicare “un solo sentimento”. Inoltre, quello che TNM rende “un solo insieme di parole” e che, nella nota in calce, spiega come “un solo vocabolario”, è nel testo ebraico דְבָרִים אֲחָדִים (dvarìym ekhadìym) ovvero “parole uniche”, che esprime l’idea di un intento condiviso cui attenersi (un po’ come il nostro “avere una sola parola”).
Infine, si ha il fatto che babel [= “porta di Dio”] fu fatto derivare dalla radice balbul che significa “mistura” (vale a dire “confusione” di mente, di regione, di popoli). Il vero ricordo ebraico sul loro passato s’incentra nella liberazione dall'Egitto, con Mosè, il legislatore che ha formato la morale biblica sotto la guida di Dio rivelatosi al Sinày. Da questa esperienza fondante gli ebrei risalgono pure ai patriarchi, specialmente fino ad Abraamo, non nascondendo però la circostanza non gradita che i “padri, come Tera padre di Abraamo e padre di Naor, abitarono anticamente di là dal fiume, e servirono gli altri dèi” (Gs 24:2). Più indietro risalgono al Diluvio, alla storia della caduta primitiva (peccato di Adamo e Eva), ma intessendo il tutto entro una cornice morale, priva di veri tratti mitici e contenuta in un racconto che non lasciò vasta ripercussione nei successivi scritti sacri. Questi muovono sul terreno della storia e sono estranei a tutta la letteratura mitica che tanto sviluppo ebbe presso gli altri popoli semiti. Nella storia primitiva gli ebrei introducono il quadro universale di tutti i popoli ricollegati genealogicamente a un'origine unica (Noè), il che fa vedere una valutazione storica senza parallelo con gli altri popoli antichi.
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Besàseà » domenica 25 giugno 2017, 9:09

trizzi74 ha scritto:
Besàseà ha scritto: In molti casi non legge il testo per come è scritto e uno studioso ricerca il testo scritto e quindi confronta con altre tradizioni di lettura.

Potresti menzionare a quali versetti ti riferisci oltre a quello di Genesi 6?

Mi riferisco a tutti i casi segnalati dalla massoràh e anche ad altri centinaia segnalati altrove.
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Besàseà » domenica 25 giugno 2017, 9:18

Gianni ha scritto:Nella Bibbia troviamo concetti babilonesi, compreso quello dei cherubini il cui nome ebraico è mutuato dall’accadico.

Questo però la Bibbia non lo dice e nemmeno vi è cenno nel resto della letteratura ebraica. Keruv è un termine tutto ebraico.
Per il resto l'altro tuo post è troppo lungo ed è impossibile per me commentarlo per questioni di tempo. Anche perché devia il filo del discorso su altri temi.
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Gianni » domenica 25 giugno 2017, 10:16

Bòqer tov, Besàseà. Sono stupito dal tuo commento, e finanche dall'insufficienza un po’ ingenua della motivazione: “Questo però la Bibbia non lo dice”. Da quando in qua si pretende di trovare nella Scrittura l’etimologia dei vocaboli? Per questa si deve ricorrere a testi specialistici, come il Lessico analitico ebraico e caldaico.
Il vocabolo כְּרוּב deriva dall’accadico karabu, che designava i personaggi divini posti a guardia dei templi.

L’accadico è la più antica lingua semitica conosciuta. In verità, è la madre di tutte le lingue. Questa lingua comprendeva i dialetti assiso e babilonese. L’aramaico era la lingua parlata dapprima dai nomadi dislocati nelle valli del Tigri e dell’Eufrate e nelle maremme caldee. L’ebraico è imparentato anche con la lingua cananea (il dialetto moabita è affine all’ebraico). Nella Bibbia ci sono molte parole derivate dall’accadico. Se consulterai il detto Lessico analitico ebraico e caldaico potrai verificarlo.
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Besàseà » domenica 25 giugno 2017, 12:40

E da dove deducono le loro conclusioni i veri lessici?
Da studi condotti principalmente sulla Bibbia che rappresenta una letteratura abbastanza completa e comprensibile rispetto ai quattro cocci dell'accadico frammentario. Ma nella maggioranza mancano i riferimenti alla letteratura ebraica.
Il testo di Davidson non credo contenga questa informazione. In ogni modo si tratta di supposizioni.

Dall'ebraico della Bibbia e dall'aramaico è possibile dimostrare il contrario. Questi lessici possono andare bene per chi conosce poco queste lingue, ma completamente inusuali a chi invece le legge e studia quotidianamente. Oltre agli errori grossolani che contengono. Errori che derivano dall'ignoranza della letteratura ebraica. Prendi per esempio il Gesenius, non sapeva nemmeno cosa era la Mishnàh.

In Israel esistono correnti di studio del Tanach che non tengono nemmeno in minima considerazione questi lessici, ma anche tutti gli altri lessici compresi quelli prodotti in Israel come quelli dei colossi dizionaristi Kaddari e Avnion.
Lo studio dei termini viene approfondito attraverso lo studio delle fonti primarie. Un termine non si fa derivare da un altro di altra lingua senza uno studio e una dimostrazione. Vediamo quale delle dimostrazioni è più convincente. Per noi ebrei le fonti più autorevoli sono la Bibbia, i targumim, i talmudim e i midrashim. Il resto è tutto supposizioni e spazzatura.
Molti di noi israeliani abbiamo già superato la fase delle supposizioni.
Fra noi israeliani si usa andare al sodo, alla dimostrazione linguistica, si posso usare i lessici, ma a condizione che ne si conosce il procedimento usato per stabilire la derivazione di un termine da un altro. Nel caso specifico di Keruv è totalmente bocciato. Quindi la via dimostrativa è un'altra.
Per me valgono solo le opere scritte in ebraico.
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Daminagor » domenica 25 giugno 2017, 14:19

Per noi ebrei le fonti più autorevoli sono la Bibbia, i targumim, i talmudim e i midrashim. Il resto è tutto supposizioni e spazzatura.


Severo ma giusto :d
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Re: Satana e il riscatto

Messaggioda Gianni » domenica 25 giugno 2017, 17:37

Caro Besàseà, ti rispondo con delle considerazioni di semplice buon senso. E ti prego sin da subito di non fraintendermi, ki anì ohèv et Israèl. Besèder?

Voi israeliani parlate una lingua che da una parte ha una storia di migliaia di anni e dall’altra ne ha una che ha meno di cento anni. L’israeliano è un vero e proprio miracolo. Il secolo scorso, in adempimento della meravigliosa promessa di Hashèn, moltissimi ebrei ripresero possesso della Palestina, la loro terra (di cui i popoli arabi hanno rubato perfino il nome). Essi provenivano da ogni parte del mondo e ciascuno parlava la sua propria lingua. Si pose allora il problema di una lingua comune nazionale. Dopo le resistenze di molti rabbini che non volevano che la lingua sacra della Bibbia fosse usata al supermercato, la scelta cadde sull’ebraico. E avvenne il miracolo. Sarebbe un po’ come se in Italia – non avendo avuto Dante e la letteratura in fiorentino – all’unità d’Italia si fosse deciso di adottare il latino, morto da quasi due millenni. Faccio questo paragone perché, se così fosse stato, oggi noi parleremmo latino e moltissimi italiani nulla saprebbero di etimologia pur parlandolo. Ciò che voglio dire è che gli israeliani, pur parlando ebraico, non necessariamente sanno della storia evolutiva della loro lingua. Quelli che la sanno bene sono gli studiosi e gli accademici. O tu credi che un operaio di Khaifah sappia che il nome che dà al suo telefonino – pèlefon – è un misto di ebraico biblico e di greco? Tu credi davvero che tutti in Israele sappiano che nissàn è un nome babilonese? Oppure che baqbùq è un nome onomatopeico? Io credo che non lo sappiamo più di quanto un italiano non sa che moltissime nostre parole derivano dal greco, lingua sorella del latino. L’ignoranza impera. Pensa quanto sono ignoranti perfino coloro che parlano in TV e dicono sammit e midia (!), credendo che siamo parole inglesi, mentre invece summit e media sono parole latine.

Dall'ebraico e dall'aramaico della Bibbia non è possibile dimostrare l’etimologia dei vocaboli. È solo con la letteratura comparata che si può venirne a capo, e ciò solo nei casi in cui sia possibile. Quando nella Bibbia leggiamo nissàn e vediamo che altro non era che il vecchio abìb, scopriamo con la letteratura comparata che il nome nissàn si impose dopo l’esilio babilonese, adottato proprio dal babilonese. E che vuol dire shqufìm che troviamo in 1Re 6:4? Dal contesto pare un termine architettonico, ma qual è il suo singolare? Qualcuno ipotizzerebbe shaqùf, ma è tutto dire. In ebraico moderno (israeliano) shaqùf vuol dire “trasparente”. Sarebbe interessante capire come si è arrivati a trasformare un nome dall’incerto significato in un aggettivo con un significato preciso.

Tu dici che in Israèl lo studio dei termini viene approfondito attraverso lo studio delle fonti primarie. Dimmi allora quali sono le fonti primarie del vocabolo shqufìm.

Tornando al vocabolo “cherubino”, quali sarebbero le fonti primarie? Nel Talmud perfino la sua identificazione rimane una questione in sospeso. In Yonah 54 si legge addirittura: “Nel momento in cui i figli di Israele salivano in pellegrinaggio al Tempio, veniva arrotolato in loro onore il Parochet [פרוכת] e gli si mostravano i Cherubini rivolti e uniti uno di fronte all’altro e veniva detto loro: «Guardate quanto siete amati da Dio, quanto l’amore di un uomo di fronte ad una donna!»”. A parte il commento bellissimo, forse tu saprai spiegarmi com’è possibile che al tempo del Tempio ci fosse una tenda a protezione dell’aron di una improbabile sinagoga. E forse saprai anche spiegarmi com’era possibile che il popolo ebraico vedesse i cherubini, che vedeva solo e unicamente il Sommo Sacerdote una sola volta all’anno, quando entrava nel Santissimo in cui erano posti.
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