I metodi di analisi biblica

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Gianni
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da Gianni »

Grazie, Noiman.

Partirei da una considerazione generale. È sufficiente leggere un testo per capirlo? Dipende dal testo. E da chi lo legge. Per comprendere fino in fondo tutto ciò che implica la comprensione di un testo, partiamo dagli aspetti più semplici e perfino più banali, raffrontando man mano i vari testi con quello biblico. Iniziamo dalle letture più comuni. Tutti sono in grado di leggere un quotidiano o un racconto. Se però quello è scritto in una lingua che non conosciamo, la comprensione è preclusa in partenza, perché non siamo neppure in grado di leggere ciò che è scritto. È per questo che esistono le traduzioni. Quanto alla Bibbia, già qui c’è una complicazione: le numerosissime traduzioni sono spesso «aggiustate» dal traduttore in base alla sua credenza religiosa.

Ora familiarizzandoci con i termini usati della biblistica:
Critica testuale. È una branca della filologia (che definiremo più avanti) che ha come scopo la produzione di edizioni critiche, ovvero il testo biblico raffinato che viene poi consegnato ai traduttori biblici.
Etimologia. Dal greco antico ἔτυμος (étymos), che indica l’intimo significato di una parola, e λόγος (lógos), nel senso di “studio”, è lo studio dell'origine e della storia delle parole. L'etimologia studia le parole (la loro origine e la loro storia).
Filologia. Dal greco antico: φιλoλογία (filologhìa) – composto da φίλος (fìlos), “amante/amico”, e λόγος (lògos), “parola” – è un insieme di discipline che studia testi di varia natura per ricostruire la loro forma originaria così da averne un’interpretazione che sia la più corretta possibile. Per ciò che riguarda la Bibbia si parla di filologia biblica.
Esegesi. Dal greco antico ἐξήγησις (ecsèghesis), derivato dal verbo ἐξηγέομαι (ecseghéomai), che significa “guidare fuori”, quindi spiegare, interpretare; è l'arte o la scienza di spiegare e interpretare criticamente i testi. Nel caso dei testi sacri si parla di esegesi biblica. Si tratta di interpretare i testi in modo da averne una comprensione nel loro vero significato, ovvero quello che aveva in mente l’autore sacro.

Presa confidenza con i termini della biblistica, vedremo i metodi di analisi biblica. Di cosa si tratta? I metodi di indagine biblica sono gli strumenti che gli studiosi utilizzano per comprendere i testi sacri nella loro profondità storica, letteraria e teologica. Non esiste un unico metodo, ma un insieme di approcci complementari che rispondono a domande diverse.

Alla prossima, dopo i vostri commenti o domande.
Andrea Varxhetta
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da Andrea Varxhetta »

Sono molto lieto che Gianni abbia deciso di proseguire. Personalmente, non sono più intervenuto dopo l'ultimo scambio dai toni puramente catechistici perché temevo che lo studio si fosse interrotto lì, scivolando nel solito vicolo cieco che purtroppo caratterizza molti forum quando si tocca la sensibilità confessionale.
​Proprio la scarsa partecipazione menzionata da Gianni, unita all'onestà di Janira, dimostra quanto sia necessario questo lavoro: non tutti hanno gli strumenti per l'analisi tecnica, ma molti hanno il desiderio di imparare. Trasformare questo thread in uno strumento di consultazione, come suggerito da Noiman, è l'obiettivo più nobile che possiamo porci.
​Riprendiamo pure dai metodi di analisi: sono pronto a seguire e a contribuire per quanto possibile, lasciando fuori dalla porta le polemiche che nulla aggiungono alla conoscenza.
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Gianni
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da Gianni »

Grazie, Andrea. Attendo commenti o domande prima di proseguire. Come dicono nelle più prestigiose accademie: nessuno nasce imparato, per cui nessuna remora a porre domande. Nessuna domanda è banale. :-)
Andrea Varxhetta
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da Andrea Varxhetta »

Gianni, hai esposto con precisione l'utilità della Critica Testuale. Mi sorge però un dubbio metodologico che investe l'onestà stessa dello studioso.
​Se la Critica Testuale e la Filologia dimostrano, come nel caso di Giovanni 8, che un brano è un'interpolazione tardiva, aliena al contesto linguistico e giuridico del I secolo, qual è lo scopo di un biblista nel continuare a cercarvi un "messaggio profondo"?
​Il rigore scientifico dovrebbe portare all'espunzione del testo dal piano della ricostruzione storica. Continuare a definirlo "compimento" o "ispirato" non rischia di trasformare la Critica Testuale in un semplice paravento per giustificare, a posteriori, scelte teologiche già prese? In parole povere: la scienza serve a trovare la verità o a rendere più accettabile il dogma?
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Gianni
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da Gianni »

Caro Andrea, il lavoro del critico testuale non contempla l’esegesi. Suo compito è quello di fornire il testo critico. Consultando le migliaia di manoscritti disponibili, tramite un lungo e paziente lavoro (basti accennare alle famiglie di manoscritti, che già costituisce un lavorone) consegna ai traduttori l’edizione critica. In questa vengono annotate le varianti con l’indicazione delle diverse letture e qualsiasi altra nota che riguarda i manoscritti. Saranno poi gli esegeti a produrre le loro spiegazioni e interpretazioni. Personalmente mi fido completamente dei cristici testuali. Un po’ di meno dei traduttori e degli esegeti. Se poi traduttori ed esegeti sono confessionali, la mia fiducia scende ai minimi livelli. Che il brano di Gv 8 sia un’interpolazione tardiva è un tuo parere. I testi critici lo riportano, pur con le dovute note. Ormai abbiamo capito che quel brano non ti va giù. Anche questa è una tua opinione. Che mai avrebbe dovuto fare Yeshùa a cui era stata tesa una trappola? La risposta di Yeshùa è un capolavoro di sapienza giuridica.
Andrea Varxhetta
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da Andrea Varxhetta »

Caro Gianni, preciso che la natura interpolata di Giovanni 7:53–8:11 non è un mio parere, ma un dato acquisito della critica testuale moderna.
I testimoni più antichi e autorevoli a nostra disposizione i papiri P66 e P75 (fine II sec.), il Codex Sinaiticus e il Codex Vaticanus (IV sec.) passano direttamente da Giovanni 7:52 a 8:12. Il brano è inoltre assente nelle principali versioni antiche (siriaca, copta, armena) e compare in altri manoscritti in posizioni diverse, persino in Luca, segno di una tradizione testuale fluttuante e tardiva.
I Padri greci che hanno commentato sistematicamente Giovanni, come Origene, Crisostomo e Cirillo d’Alessandria, non mostrano alcuna conoscenza del passo. Coerentemente con questo quadro, l’edizione critica di riferimento (Nestle-Aland) lo colloca tra doppie parentesi quadre come testo non appartenente all’autografo.
Alla luce di questi dati, la domanda su ciò che Yeshùa avrebbe dovuto fare è metodologicamente impropria. Se la filologia ha il compito di ricostruire la forma originaria del testo, non autorizza a dedurre una sapienza giuridica da parole che l’autore del Vangelo non ha scritto. In questo caso non stiamo analizzando un’azione storica di Yeshùa, ma una tradizione redazionale successiva.
Non è quindi una questione di preferenze personali, ma di metodo: distinguere tra analisi biblica e teologia della tradizione. Dal punto di vista scientifico, il quadro è definito da tempo.
Shalom
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Gianni
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da Gianni »

Capito, Andrea. Abbiamo opinioni diverse.
noiman
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da noiman »

più che sapienza giuridica è probabile che non ci fossero i testimoni, comunque pur non sapendo cosa disse esattamente Gesù, fu una buona scelta.
Noiman
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Gianni
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da Gianni »

Lo storico ebreo del giudaismo del Secondo Tempio Géza Vermes (1924–2013) sostiene che la scena è credibile sul piano giuridico, ma irregolare: manca l’uomo coinvolto nell’adulterio (necessario secondo Lv 20:10). Il che, egli osserva, suggerisce una trappola legale, non un vero processo; secondo lui Yeshùa agì come un חָכָם (khakàm) – che nel giudaismo indica un sapiente della Toràh.
noiman
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Re: I metodi di analisi biblica

Messaggio da noiman »

Direi che possiamo ritornare al tema principale mettendo da parte Giovanni e il dubbio di una sua interpolazione, tardiva, questo non esclude che possa essere esaminato, prima filologicamente, inteso come parte della prima critica testuale e poi successivamente nella sua esegesi come mi pare di aver capito.
Gianni scrive
Critica testuale. È una branca della filologia (che definiremo più avanti) che ha come scopo la produzione di edizioni critiche, ovvero il testo biblico raffinato che viene poi consegnato ai traduttori biblici.
.

Gli esegeti sono influenzati dal loro appartenere a qualche fede , perche se no si debbono occupare di esegesi biblica, sicuramente l’esegesi è influenzata da chi la fa, un esempio ? Ho letto che qualche commentatore ha scorto nella apparizione dei tre malachim ad Avrahàm addirittura le tre figure della trinità. :d
Il metodo deduttivo è quello più logico e e di conseguenza quello più facile, io aggiungo il più sicuro perché assolutamente consequenziale e in linea con la nostra logica che è sequenziale e non gradisce passaggi esterni, Volli mi pare abbia definito “immagini oggettivate”, come il regista dei nostri pensieri e se ci sono elementi che non appartengono al nostro bestiario logico e sono rifiutati in un meccanismo che li scarta in automatico.

Un esempio non scritturale ma tratto dal Talmud:
Una vidi una rana, grande come la torre di una città, Venne un serpente e la inghiottì. Poi venne un corvo che inghiottì il serpente. Poi il corvo andò a posarsi su un albero. Pensa quanto era la forza di quell’albero “ (TB Bavà Batrà 73b).
Nella scrittura ebraica (bibbia ebraica) ci sono frasi più strampalate di questa e più inverosimili, in genere il lettore logico tira dritto e sorpassa il passo problematico, ma secondo l’ermeneuta che è sinonimo di esegeta se riesce entrare nel pensiero attraverso il testo originale trova una spiegazione, di esempi biblici che si prestano a questa sperimentazione ne abbiamo molti.
Gianni ha scritto:

-
Fatto biblico certo: nella cultura ebraica l'angelo che parla a nome di Dio viene chiamato “Dio” e l'agente che agisce per conto del Re viene trattato come il Re.
Cfr. Gn 19:23: “Il Signore fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco, da parte del Signore”. Qui viene usato addirittura il sacro tetragramma: Yhvh fa cadere zolfo e fuoco da parte di Yhvh. Precedentemente, in 18:1 è detto che “il Signore [Yhvh] apparve ad Abraamo”, ma al v. 2 è poi detto che “Abraamo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano davanti a lui”; al v. 10 uno di loro gli dice: “Tornerò certamente da te fra un anno; allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”; lei ride tra sé perché è vecchia, allora “il Signore [Yhvh] disse ad Abraamo: «Perché mai ha riso Sara»”? (v. 13). Nel testo l’angelo di Yhvh è trattato come fosse Yhvh.
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Concordo pienamente, oltretutto le alternanze tra tetragramma e altri nomi divini che le traduzioni non rilevano non aiuta
- Se l'autore considera Yeshùa come lo Shalìakh (שָׁלִיחַ), l’“inviato” o “emissario” supremo di Dio, allora ha perfettamente senso che lo si chiami 'Dio' (per onorare il Mandante) pur mantenendolo distinto e subordinato all'unico vero Dio


Gianni ha posto una osservazione veramente centrata a livello di analisi testuale e filologica che è in definitiva ermeneutica, shalìakh (שָׁלִיחַ), è anche il mashiàch
E' una buona discussione.
Noiman
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