
Tutto inizia con una domanda dei farisei, maestri della legge e della tradizione, che Yeshùa stesso descrive come coloro che, assieme agli scribi, “siedono sulla cattedra di Mosè” (Mt 23:2), e per cui nutriva rispetto. Mr 10:2 recita:
“Dei farisei si avvicinarono a lui per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?»”.
Domanda assai banale, al punto da sembrare provocatoria, se fatta dai farisei a qualcuno che era riconosciuto come maestro (Mr 12:32; Lc 10:25; 20:39). Infatti, Yeshùa certamente sapeva che, secondo la Torah, fosse perfettamente lecito per un marito mandare via la moglie, in base a Dt 24:1, che tu citi. La Torah, secondo la tradizione, ordina all’uomo di ripudiare la moglie, qualora scoprisse in lei “qualcosa di indecente”:
“Riguardo a questo tipo di moglie, è una mitzva della legge della Torah divorziare da lei, come è affermato: "Perché ha trovato in lei qualcosa di sconveniente, e lui le scrive un libretto di ripudio e glielo dà in mano e la manda fuori di casa sua ... E lei va e diventa la moglie di un altro [aḥer]" (Deuteronomio 24:1-2). Il versetto ha chiamato il secondo marito aḥer, l'altro, per affermare che quest'uomo non è uguale al primo marito. Sono moralmente distinti, poiché quel primo marito ha cacciato una donna malvagia dalla sua casa e questo secondo uomo ha introdotto una donna malvagia nella sua casa.” (Gittin 90b).
Dunque, sembra assai strano che i farisei chiedessero a Yeshùa se fosse lecito per un uomo ripudiare la moglie. Siccome Yeshùa non aveva autorità per cambiare la legge di Dio, e lui stesso afferma che la Torah è valida finché passino il cielo e la terra, avrebbe potuto e dovuto rispondere semplicemente: “si”. Mt 19:3 però ci offre un dettaglio in più:
“Dei farisei gli si avvicinarono per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito mandare via la propria moglie per un motivo qualsiasi?»”.
Innanzitutto, è importante puntualizzare che l’intenzione dei farisei era quella di “metterlo alla prova” (πειράζω, peiràzo, in ambedue i Vangeli), come tu stesso fai notare, ma non credo per coglierlo in fallo, poiché la risposta a quella domanda era alquanto facile, sarebbe bastato citare Dt 24:1; piuttosto, e probabilmente, i farisei volevano capire a che scuola di pensiero facesse riferimento in tema di divorzio (Shammai o Hillel).
Dunque, la replica di Yeshùa è da considerarsi la risposta ad una provocazione; egli non si fa trascinare in una diatriba dottrinale sul tema del divorzio (tema già assai dibattuto, a quei tempi, come testimonia la tradizione), ma lo affronta partendo proprio dalla Torah:
“Egli rispose loro: «Che cosa vi ha comandato Mosè?»” (Mr 10:3). Ecco che invece di citare Dt 24:1, chiede ai farisei di citarlo, e i farisei gli rispondono: “Essi dissero: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla via [ἀπολῦσαι]»” (Mr 10:4).
I farisei, però, desiderando conoscere il suo parere, gli rispondono a metà, poiché, pur essendo vero che Mosè comandò di scrivere un libretto di ripudio nel caso il marito decidesse di divorziare dalla moglie (e ciò non valeva da parte della donna), si astengono dal citare la motivazione che legittimava il marito al ripudio, come è scritto: “perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo” (Dt 24:1, NR). Il versetto mattaico parallelo, come abbiamo visto, riporta la domanda dei farisei in modo più preciso: “È lecito mandare via la propria moglie per un motivo qualsiasi?” (Mt 19:3). I farisei, dunque, stanno chiedendo indirettamente a Yeshùa quale fosse secondo lui il motivo che consentiva ad un uomo di ripudiare la moglie. Si trattava di una domanda molto “tecnica”, che un maestro può rivolgere ad un altro maestro.
Sei d'accordo fin qui?